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Marzo 13, 2008 Pubblicato da runen | Uncategorized | | 1 Commento

Apocrypha e Vangelo di Didimo Toma: brevi note introduttive

Dopo la recente pubblicazione di alcuni testi di narrativa (primo tra tutti il famoso/famigerato Codice da Vinci, fin troppo spesso interpretato, forse persino al di là dalla volontà del suo autore, quasi più come saggio storico che come puro romanzo) sembra essersi riacceso in molti l’interesse per tutta quella serie di scritti relativi alla vita di Cristo che, esclusi con un lungo processo dal Canone ufficiale della Chiesa, vanno sotto la denominazione comune di “Apocrypha”.

 

Su questi libri è stato scritto e, spesso, inventato di tutto. Ma cosa possiamo dire realmente, storicamente, su di loro? Come sono nati? Perché? Dove? Qual’è il loro scopo? Quali e quanti sono questi testi?

 

Nel tentativo di rispondere a queste domande, la prima cosa da chiarire è che proliferazione di testi cristologici è naturale nei primi secoli del cristianesimo e nasce dal bisogno di consolidare e radicare attraverso la tradizione la rivelazione innovatrice del messaggio messianico.

 

Inoltre, dalla diversa comprensione e interpretazione teologica del messaggio cristiano, in comunità ancora fortemente autonome e non gerarchicamente strutturate, nascono, agli albori della diffusione della predicazione, sette, gruppi, scuole che hanno bisogno di fonti scritte su cui appoggiare le proprie tesi.

 

Tra le comunità protocristiane con orientamenti che oggi definiremmo “eterodossi”, possiamo ricordare, solo per menzionarne alcune:

 

· gli Ebioniti, chiamati anche gli umili o i poveri, probabilmente erano gli Esseni che confluirono nel cristianesimo originario: seguivano unicamente il Vangelo secondo Matteo, il solo (forse) scritto in lingua ebraica e rifiutavano l’apostolo Paolo (e le sue lettere), che consideravano apostata;

 

· i Docetisti, insegnavano che Cristo solo in apparenza era nato e morto rivestendosi di un corpo, e che l’Eucaristia non contiene realmente il corpo di Cristo;

 

· i Marcioniti, tra le più importanti sette del cristianesimo primitivo, respingevano l’Antico Testamento mentre del Nuovo prendevano solo il Vangelo di Luca e le lettere di S. Paolo, rinunciavano ai beni materiali e al matrimonio vivendo da asceti; sostenevano che il mondo era opera di un Dio imperfetto al di sopra del quale vi era il Dio buono che aveva inviato il suo spirito incarnatosi solo in apparenza nel Cristo;

 

· gli Gnostici, gli adepti di questa filosofia religiosa pretendevano di avere la conoscenza totale e privilegiata della Divinità; la salvezza non derivava, secondo loro, né dalla fede né dalle opere, ma dalla conoscenza intuitiva di Dio ottenuta per illuminazione diretta;

 

· i Manichei, ai quali aveva inizialmente aderito S. Agostino. Per lungo tempo questa setta fu considerata una corrente del cristianesimo, ma, in realtà, si trattava, pur con origine comune, di una diversa religione universale rivelata, basata sui principi dualistici tra il bene, identificato con la luce, con esso in eterno conflitto, il male, identificato con la materia. In questo quadro, la redenzione, per mezzo della preghiera e del digiuno, viene per opera di Gesù;

 

· gli Encratici, si astenevano dalla carne, dal vino e dal contrarre matrimonio e celebravano il ricordo di Gesù cenando con pane ed acqua;

 

· i Nicolaiti, casti, poveri e vegetariani, fondati da uno dei primi 7 diaconi degli Apostoli (1).

 

Appare allora evidente che, in un panorama così vasto, frastagliato e poco regolamentato, i racconti a tema cristiano fossero numerosissimi. Moltissimi di essi ci sono giunti attraverso varie fonti, le cui più importanti sono, senza dubbio, quella relative ai ritrovamenti di Nag Hammadi, località egiziana in cui, nel 1945 sono stati casualmente rinvenuti 13 papiri in copto contenenti 52 testi gnostici (2). Sostanzialmente, possiamo affermare di essere attualmente in possesso di circa un centinaio di scritti (3) più o meno completi.

 

Questa abbondanza di manoscritti, fatta salva la ricerca archeologica posteriore, è stata, probabilmente, in parte dovuta alla non esplicita posizione della Chiesa riguardo a questo genere di testi. Non esiste, infatti, una dichiarata condanna della Chiesa contro il complesso degli apocrifi. Sebbene l’Istituzione canonica sia molto chiara nel condannare ciò che trasmette errori ed eresie, non esistono documenti ufficiali protocristiani in tal senso: a ben vedere, il Decretum gelasiano (4), che avanza invece un’esclusione generalizzata degli apocrifi, ha carattere privato e di analogo tenore sono la risposta che Innocenzo I dà a Esuperio, vescovo di Tolosa (405) e la lettera di Turribio, vescovo di Astorga, a Idacio e Ceponio riguardo agli scritti in uso presso i priscillianisti in Spagna (445). Diversi altri scrittori ecclesiastici, poi, hanno posizioni piuttosto blande: Girolamo vede negli apocrifi stravaganze, contraddizioni e frasi di cattivo gusto, ne propone la abolizione totale non intravedendo in essi alcun vantaggio, ma aggiunge che, se qualcuno volesse leggerli, mosso dal rispetto per i prodigi narrati, deve tener conto del falso nome dell’autore e avere adeguata prudenza nel dar fiducia per ciò che è narrato (5); Agostino ha idee molto simili e sembra persino ancor più tollerante (6). Tra l’altro, esistono autori, sia occidentali che orientali, che si valsero o, quantomeno, non rifiutarono un compromesso con gli apocrifi: Clemente Alessandrino, Esichio, Epifanio, Andrea di Creta, Giovanni Damasceno e altri padri mostrano un’opposizione decisamente modesta (7).

 

Pertanto, nonostante alcune posizioni autorevoli che contrastavano l’uso degli apocrifi, essi continuarono ad influire in modo rilevante, sia nell’arte che nella liturgia come nelle opere di scrittori e nella pietà cristiana, con il risultato che molte notizie attuali hanno il loro fondamento proprio in questi testi: i nomi dei genitori della Vergine, Gioacchino ed Anna; la festa della Presentazione di Maria bambina al tempio (21 novembre); la grotta, il bue e l’asinello nella nascita di Gesù; i nomi dei magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; la Veronica; il martirio di Andrea (30 novembre), il Quo vadis e tanti altri elementi della tradizione cristiana sono derivati dagli scritti di autori apocrifi.

 

Anche per quanto riguarda il campo artistico, dal IV secolo in poi i bizantini abbelliscono le chiese di Roma con motivi tratti da libri non canonici: ad esempio, il mosaico sull’arco trionfale di S. Maria Maggiore a Roma (Sisto III, 435) e la vetrata della cattedrale di Le Mans rappresentano le statue degli idoli crollate davanti a Gesù Bambino (come dal racconto dello Pseudo-Matteo).

 

Nel secolo IX, sempre grazie alla civiltà cristiana bizantina, le leggende apocrife entrarono nel mondo slavo dove sono vissute fino al XIX sec. Molte sono le versioni slave e le iconografie. A diffondere questa letteratura furono in particolare i bogomili (affini ai catari), eredi del dualismo manicheo, e il dominio turco-mongolo (che impediva la diffusione di altri libri eccetto questi).

 

I vangeli gnostici. Vangeli di Tomaso, Maria, Verità, Filippo Anche in Occidente la diffusione apocrifa fu molto vasta, soprattutto nel Medioevo. I testi veramente eretici erano quasi del tutto scomparsi e rimanevano le elaborazioni ortodosse o gli scritti a carattere apologetico (puramente religioso e anedottico): così, l’arcivescovo di Genova, Giacomo da Varazze, ricopiò quasi per intero il Vangelo di Nicodemo nella sua Legenda aurea e così fece anche Vincenzo di Beauvais nello Speculum historiale.

 

Di conseguenza, anche nel medioevo occidentale, molti artisti, come già in precedenza, abbellirono le chiese traendo spunto da testi a-evangelici (Beato Angelico, Giotto), mentre numerosi scrittori, ancora ben oltre il Rinascimanto, fecero riferimento a tali scritti o a loro elaborazioni (Dante nella Divina Commedia, Milton nel Paradiso Perduto, Klopstock nella Messiade).

 

Persino nella letteratura spirituale del XVI secolo, nonostante il Concilio di Trento, fanno riferimento ad essi scritti sulla Vergine Maria di Agreda e Caterina Emmerich, o testi come la Vida de Nuestra Señora, inserita da P. de Ribadeneyra in Flos Sanctorum, Madrid 1675 (8). Una forte e diffusa popolarità, dunque, quella dei Vangeli apocrifi. Ma, fondamentalmente, come si struttura questa grande quantità di testi?

 

In linea generale, la lingua usata dagli autori apocrifi è la Koinè, ma ben presto sorsero versioni in lingue antiche e medievali: siriaco, copto, armeno, arabo. Tutti questi scritti, comunque, hanno, come caratteristica fondamentale, l’imitare i generi letterari dei Libri canonici: Vangeli, Atti, Lettere, Apocalissi. Talvolta riprendono o interpolano i testi del Canone, altre volte sono assimilabili alle novelle greche, il cui intento era soprattutto eziologico (spiegare un’usanza attraverso un racconto). Gli apocrifi, inoltre, hanno spesso scopo narrativo, cioè soddisfare la curiosità dei fedeli riguardo a fatti o persone poco presenti o sviluppati negli scritti canonici, particolarmente con riferimento all’infanzia di Gesù. In questo esprimono una “teologia popolare” (9), ma anche, in alcuni casi, possono rappresentare fonti storiche e “pietre di paragone” di notevole interesse.

 

Tra gli apocrifi più importanti e citati, vale la pena di ricordarne, in una tabella riassuntiva, alcuni che si inquadrano perfettamente nelle categorie evangeliche sopra menzionate (10).

Genere Nome Caratteristiche
VANGELI Il vangelo secondo gli Ebrei (nazareni) originale aramaico usato dai cristiani palestinesi di lingua ebraica, tradotto da Girolamo (sec. IV) in greco e latino. Risale al sec. II e secondo alcuni studiosi rappresenta un rifacimento ampliato dell’originale ebraico del vangelo secondo Matteo.
  Il vangelo degli Egiziani In uso presso i cristiani egiziani. Probabile origine gnostica per dare fondamento all’eresia di questa setta molto diffusa in Egitto. Sec. II.
  Il vangelo ebionita (o dei dodici apostoli) dell’inizio del sec. III. Probabilmente intendeva fornire giustificazioni dottrinali alla setta degli Ebioniti.
  Il vangelo secondo Pietro pervenuto a noi solo in frammenti che narrano la passione, morte e sepoltura di Gesù con qualche allusione che fa pensare all’eresia docetista. Si fa risalire alla seconda metà del sec. II.
  Il vangelo di Nicodemo in cui si tenta di minimizzare la colpevolezza di Pilato in merito alla morte di Gesù e include gli Atti di Pilato cioè un presunto “rapporto ufficiale” di Pilato sul processo a Gesù. Questa parte circolava in molte versioni fin dal II sec. (Anaphora Pilati, Lettera di Pilato, Paradosis Pilati) e indusse alcune comunità cristiane a venerare Pilato come santo e martire (notevoli saranno tali influssi in tutto il Medioevo). Testo greco con numerose versioni in altre lingue antiche.
  Il Protovangelo di Giacomo appartiene al gruppo dei cosiddetti “vangeli dell’infanzia” che riportano con dovizia di particolari episodi della giovinezza di Maria, la nascita e l’infanzia di Cristo. Probabilmente è della metà del sec. II e vi ritroviamo per la prima volta i nomi dei genitori di Maria (Gioachino e Anna), il racconto della consacrazione di Maria a Dio e la sua presentazione al tempio. Lo scopo è quello di dimostrare la verginità perpetua e inviolata di Maria (prima, durante e dopo il parto) – l’attuale forma è in greco e risale al sec. IV.
  Il vangelo copto di Tommaso di origine eretica, probabilmente gnostica, ci è pervenuto appunto in lingua copta (un dialetto greco-egiziano) e raccoglie una serie di detti attribuiti a Gesù.
  Il vangelo dell’infanzia secondo Tommaso pervenuto a noi nella versione greca racconta varie storie della miracolosa scienza e potenza di Gesù. Nella forma attuale è posteriore al sec. VI.
  Il vangelo arabo dell’infanzia compilazione tardiva di vari elementi bizzarri sull’infanzia di Gesù.
  Storia di Giuseppe, il falegname scritto arabo miracolistico del IV secolo.
  Il vangelo di Filippo pare esistesse già nel sec. III ed è di matrice gnostica neoplatonica con forte propensione per l’ascetismo – le particelle del divino sparse nel mondo devono essere riunite e strappate all’influsso della materia.
  Il vangelo di Mattia anteriore al IV sec. e di matrice gnostica (della setta di Basilide che disprezzava la materia e faceva crescere lo spirito con la fede e la gnosi).
  Il vangelo secondo Barnaba citato nel sec. IV è andato perduto, mentre sotto questo titolo circola in italiano un’opera scritta da un cristiano convertito all’Islam nel sec. XIV e in cui si dimostra che Muhammad è il messia e l’Islam l’unica vera religione.
  Il vangelo di Bartolomeo (domande di Bartolomeo) in originale greco. L’anonimo autore del sec. III propone una serie di rivelazioni del Signore dopo la sua risurrezione e varie altre leggende che circolavano sui fatti successivi alla passione, morte e risurrezione di Gesù.
    Abbiamo inoltre una serie di altri vangeli di difficile datazione e attribuibili in massima parte a sette eretiche per legittimare la loro dottrina: Vangelo di Andrea, di Giuda Iscariota, di Taddeo, di Eva, di Cerinto, di Valentino, di Apelle, secondo Basilide. In comune hanno un modo assai arbitrario di utilizzare il materiale canonico, propendono per speculazioni di tipo gnostico e si abbandonano a considerazioni cosmologiche a matrice apocalittica. Per questo sono anche definiti “vangeli-apocalissi”.
ATTI Atti di Paolo che includevano altri tre scritti tramandati poi autonomamente (Atti di Paolo e Tecla, Corrispondenza di Paolo coi Corinzi, Martirio di Paolo). Scritti in greco prima del 190 contengono numerosi elementi romanzeschi sulla vita e l’opera di Paolo. Suggeriscono l’idea della vita cristiana come una milizia agli ordini di Cristo re.
  Atti di Pietro di autore siriano. L’opera ci è pervenuta frammentaria e risale alla fine del sec. II. Possediamo la traduzione latina e una parte dell’originale greco (vi ritroviamo il famoso racconto del “Domine quo vadis?”) – completato dal più tardivo Martirio del beato Pietro Apostolo scritto da Lino nel sec. VI. L’autore sembra professare l’eresia docetista.
  Atti di Pietro e Paolo sembra del sec. III. Mettono in relazione i due apostoli evidenziandone l’amicizia e gli stretti rapporti; scritti in greco.
  Atti di Giovanni scritti in Asia Minore tra il 150 e il 180, sono i più antichi di quelli a noi pervenuti, anche se possediamo solo frammenti dell’originale greco. Tendenze docetiste. Abbiamo la documentazione più antica di una liturgia eucaristica per i defunti, di cui presenta una bellissima anafora (= preghiera eucaristica).
  Atti di Andrea forse scritti dall’eretico Leucio Carino nel 260 e pervenuti in modo frammentario nell’originale greco e versioni latine.
  Atti di Tommaso è il solo libro pervenuto completo nel testo siriaco, composto verso la prima metà del sec. III. Narrano che l’apostolo predicò in India diffondendo un vangelo a sfondo gnostico manicheo. Riportano moltissimi inni liturgici assai belli, oltre ad elementi favolistici di grande fantasia.
  Atti di Taddeo scritti in Siria e tradotti in greco da Eusebio, sono anteriori al sec. IV. Riportano tra l’altro la famosa corrispondenza tra il re Abgar di Edessa e Gesù. Si tratta di una serie di leggende locali attinenti l’antichissima comunità cristiana di Siria.
    Esiste poi una serie di altri atti più recenti e quindi non significativi per il periodo storico di cui si stiamo occupando (Atti di Matteo, di Filippo, di Bartolomeo, di Barnaba, di Timoteo, di Marco ecc.).
LETTERE La Lettera degli apostoli (nota come epistula apostolorum) scritta tra il 130 e il 170 in greco ma pervenuta a noi nella versione etiopica è piuttosto un’apocalissi e propone una serie di rivelazioni di Gesù dopo la risurrezione. Esempio di letteratura religiosa non ufficiale che si rifà agli scritti canonici, con qualche tratto di carattere antignostico, soprattutto dove si parla della risurrezione della carne.
  Lettere apocrife di Paolo ai Laodicesi (sec. IV), III° ai Corinti (anteriore al sec. III), Corrispondenza tra Paolo e Seneca (14 lettere anteriori al sec. III).
  Lettera di Tito discepolo di Paolo, detto De Dispostione Sanctimonii, omelia sulla verginità degli asceti di ambo i sessi in cui si combatte l’abuso della convivenza di costoro. Scritto probabilmente in Spagna presso i priscillianisti. Sembra che l’originale fosse in greco, mentre a noi è pervenuta in latino.
APOCALISSI Apocalisse di Pietro composta in greco tra il 125 e il 150, per molto tempo fu considerata uno scritto canonico. Il testo integrale ci è pervenuto solo nella versione etiopica. Racconta una serie di visioni sulla bellezza del cielo e sull’orrore dell’inferno. Influssi di natura pitagorica e orfica.
  Apocalisse di Paolo Circolavano varie versioni di un originale scritto in greco tra il 240 e il 250, probabilmente in Egitto. Possediamo una revisione greca del 388. Riporta una serie di visioni (per questo le versioni latine spesso l’intitolano Visio Pauli) alle quali si accenna nella 2 Cor. Vi attinse a piene mani l’immaginazione medioevale e non mancano riferimenti in Dante.
  Apocalisse di Stefano di cui conosciamo solo il nome perché viene condannato in quanto eretico nel sec. VI.
  Apocalisse di Tommaso scritto greco del sec. IV di matrice gnostica manichea – rivelazioni sulla fine del mondo molto note e usate dalla setta dei priscillianisti.
  Le apocalissi di Giovanni diverse da quella canonica, furono attribuite all’apostolo Giovanni varie altre apocalissi contenenti dottrine molto particolari sulla fine del mondo e sull’Anticristo.
  Le apocalissi della Vergine di origine recente. Maria riceve rivelazioni sull’inferno e intercede per i dannati.

Come è possibile notare, siamo di fronte ad una quantità di materiale di origine, struttura, validità storica e letteraria e argomento assolutamente disparato. Onde tentare di sviluppare una sorta di sistematizzazione, possiamo, però, raggruppare la maggior parte dei testi in tre grandi categorie:

 

1. Vangeli giudeo-cristiani: compaiono nella prima metà del II secolo. Spesso riportano tradizioni proprie, anche se, in ultima analisi, dipendono dalla tradizione sinottica. (Vangelo degli Ebrei, Vangelo degli Ebioniti, Vangelo dei Nazorei).

 

2. Vangeli gnostici: tralasciano la vita terrena di Gesù (11), per riferire rivelazioni segrete comunicate agli Apostoli nel “lungo” periodo intercorso tra la Pasqua e l’Ascensione, perfettamente in coerenza con la loro filosofia di fondo, lo gnosticismo, che ricordiamo essere “un insieme di dottrine filosofico-religiose nate ad Alessandria d’Egitto nel II secolo d.C. Che successivamente si diffusero in tutto l’Impero Romano e dal Medioriente fino alla Persia, Il termine gnosticismo (dal greco Gnosis, conoscenza) si riferisce ad un complesso di conoscenze segrete ed esoteriche del divino riservate a pochi iniziati, le cui origini non sono ancora del tutto chiarite e sembrano affondare in correnti culturali e religiose pre-cristiane, come la speculazione mistica diffusa in ambienti ebraici del I secolo d.C. o le dottrine dualistiche di derivazione mazdaistica zoroastriana persiana” (12). Quasi tutti i testi di questa corrente ci sono stati consegnati dalla scoperta di Nag-Hammadi (ad esempio i Vangeli di Maria, di Verità, di Filippo, ecc.).

 

3. Vangeli popolari: sviluppano una parte dei Vangeli canonici, aggiungendo tradizioni popolari e fantastiche, con particolare attenzione all’infanzia di Gesù. Lo scopo è molto spesso antigiudaico (Protovangelo di Giacomo, Vangelo dell’infanzia di Tommaso, Vangelo di Nicodemo, ecc.).

 

Richard Valantasis, Il Vangelo di Tommaso. Versione copta integrale commentata Ovviamente, il valore letterario e storico-documentale varia largamente da testo a testo ma, al di fuori delle categorie menzionate, un discorso a parte va fatto per uno scritto che si differenzia enormemente da tutti gli altri, il Vangelo di Tommaso. Si tratta di una raccolta di 114 logia (ovvero “detti di Gesù”) con rare cornici narrative (domande degli Apostoli al Cristo e poco più…), verosimilmente nata nel II secolo in Siria.

 

Il contenuto è sapienziale e riguarda il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo col mondo: dunque non rivela i tratti più tipici dello gnosticismo classico, o meglio, rivela una sorta di forma di pensiero pre-gnostica di difficile classificazione (13). L’interesse per il Gesù storico è praticamente nullo: la salvezza non viene dall’evento pasquale, ma dall’appropriazione della sapienza dei suoi logia (14):

 

Questo testo pone fortemente il problema del rapporto con l’ipotesi della “Fonte Q” (15): dei 114 logia, 79 sono in comune con i Sinottici, 46 con “Q”. Si era inizialmente pensato che il Vangelo di Tommaso contenesse detti ricavati dai vangeli canonici; invece l’ordine dei detti è completamente diverso da quello canonico e la forma è spesso molto più arcaica: quindi si pensa che il Vangelo di Tommaso e la “fonte Q” abbiano in comune solo uno stadio molto antico della tradizione dei detti di Gesù (16).

 

Perché, allora, questo “quinto Vangelo” non è mai stato incluso nel Canone? Cosa ostava al suo inserimento? Eppure, eminenti studiosi hanno affermato la sua autenticità, la sua antichità e la sua importanza teologica, con affermazioni quali

 

“…il Vangelo secondo Tommaso è rimasto senz’altro più fedele alla realtà storica rispetto alla tradizione sinottica” (17)

 

e

 

“i maggiori studiosi concordano nel dire che fra tutti gli scritti cristiani non canonici in nostro possesso il Vangelo di Tommaso contiene la registrazione più autentica degli insegnamenti di Gesù” (18)

 

Forse alla sua canonicità ostava il fatto che negasse la necessità di una mediazione ecclesiastica per la salvezza (19)? O forse il fatto che alcuni suoi loghia sembrano piuttosto difformi dall’insegnamento paolino (20)? Entrambe le ipotesi possono essere valide.

 

Resta, comunque, il fatto che questo è l’unico Vangelo apocrifo per cui, con buona pace di saggisti e, soprattutto, romanzieri vari, abbia un senso poter parlare di esclusione almeno parzialmente arbitraria dal Canone.

 

* * *

 

NOTE

 

1) Per una breve trattazione sul panorama settario protocristiano cfr. F.L. Manco, Il grande enigma, Roma, Ed. propria, 2004.
2) Cfr. E. Pagels, I vangeli gnostici, Milano, Mondadori, 2005, pgg. 15-20.
3) Per una lista piuttosto completa, anche se non completamente esaustiva, si rimanda al sito internet www.comparative-religion.com.
4) Erroneamente a lungo attribuito a Papa Gelasio I, ma, in effetti, scritto da un autore della Gallia meridionale nel IV secolo.
5) Cfr. Girolamo, Apocryphorum deliramenta, Commentario a Isaia 17.
6) Cfr. Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, XV 23,4.
7) Cfr. W. Schneemelcher, New Testament Apocrypha, Cambridge, James Clarke & Co, 1991-1992, passim. 8) Cfr. V. Giglio, Apocrifi e la loro fortuna medioevale, Portale medioevo.
9) Cfr. F.Falconi, I Vangeli apocrifi, mysterium.blogosfere.it
10) Per la costruzione della tabella, cfr. J.B Williamson (a cura di) e R. Shaylor (a cura di), From the Mind of God to the Mind of Man: A Layman’s Guide to How We Got Our Bible, Greenville, Ambassador-Emerald Intenational, 1999, passim.
11) Che danno per scontata attraverso la lettura dei Canonici, come ricorda L. Moraldi, I Vangeli gnostici, Milano, Adelphi, 1993, pag. X.
12) Cfr. D. Sironi, prefazione a E. Pagels, citato, pgg. 6-7.
13) Cfr. J. Dart, R. Riegert, J.D. Crossan, The Gospel of Thomas: Unearthing the Lost Words of Jesus, Berkley, Sistown, 1998, passim.
14) “E disse: Chi trova l’interpretazione di queste parole non gusterà la morte” (I° logion)
15) Che molti filologi neotestamenteri ritengono essere la fonte prima perduta degli altri Vangeli.
16) Cfr. F. Falconi, citato e M.Pincherle, Il quinto Vangelo. Il Vangelo di Tommaso con testo copto a fronte, Roma, Macroedizioni, 1998, pgg. 5-11.
17) Cfr. J.Roloff, Gesù. Le fonti cristiane e la loro interpretazione, Torino, Einaudi, 2002, pag. 18.
18) Cfr. S.Davies, The Gospel of Thomas and Christian Wisdom, Seabury, Harper and Row, 1983, pag. 9.
19) Si pensi al loghion VI: “I suoi discepoli lo interrogarono e gli chiesero: “Vuoi tu che digiuniamo? In che modo dovremo pregare e fare elemosina? E quali regole dovremo seguire riguardo al cibo?” Gesù rispose: «Non dite sciocchezze, e non fate ciò che non sentite di fare; giacché tutto si svela davanti alla Verità. Infatti non vi è nulla di nascosto che non venga alla luce e nulla di celato che rimanga senza divenire manifesto»”.
20) Si pensi, ad esempio, al loghion III: “Gesù disse: «Se coloro che vi guidano vi diranno, ‘Sì, il Regno è nei cieli’, allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, ‘È nei mari’, allora i pesci saranno in vantaggio su di voi. Il Regno è invece dentro voi e fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi, allora sarete consci, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora dimorerete nella povertà, e sarete la povertà stessa»”.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Italiano, Religione | | Ancora nessun commento.

Equinozio d’autunno

La morte annuale della natura e il risveglio delle forze interiori di volontà si bilanciano nell’equinozio d’autunno. Esso segna un’inversione di polarità nella manifestazione delle forze divine, che nei mesi precedenti si erano espresse principalmente nelle forme della natura, nella luce trionfante del giorno e che ora incominciano a pervadere la libera volontà dell’uomo. Quando la luce del mondo declina, l’uomo inizia a percepire sé stesso come portatore di una luce invisibile, non soggetta a tramonto. In tal senso il “dramma spirituale” dell’equinozio ricapitola e sintetizza la vicenda della storia sulla Terra: fine dell’età dell’oro, oscuramento del divino nella natura, sorgere dell’autocoscienza, senso individuale di solitudine cosmica e di responsabilità.

 

Alfredo Cattabiani, Calendario Quel sentimento di malinconia, suggerito dalle foglie che ingialliscono e cadono, deve essere energicamente bandito. La nostalgia del passato, il lamento “tradizionalista” non si addicono all’uomo nobile (all’“arya”): egli sa che nel cosmo ciò che declina e muore è bilanciato secondo giustizia da ciò che sorge e si afferma. Nell’equinozio di autunno si celebra l’affermazione della volontà, la capacità “faustiana” di porsi obiettivi e di perseguirli.

 

L’elemento alchemico dell’autunno è il Ferro: al ferro materiale che ha forgiato la nostra civiltà tecno-industriale deve corrispondere il ferro spirituale della volontà, concretamente – e razionalmente – esercitata.

 

Gli Dei benedicono l’azione concreta, la volontà che si afferma in progetti ben definiti o che si volge alla formazione di sé (alla Bildung).

 

* * *

 

Rudolf Steiner, Il corso dell'anno come respiro della terra In autunno, gli spiriti di natura fanno ritorno alla Terra. Riaspirati alle radici del terreno si sottopongono alle forze della gravità. La festa d’estate svanisce, ma nell’animo dell’uomo libero non vi è spazio per la malinconia.

 

Quando la natura si spegne bisogna volgersi alla coscienza di sé. La festa dell’equinozio che apre l’autunno è la festa dell’autocoscienza forte e libera, è la festa dell’iniziativa piena di energia, della liberazione da ogni timore e da ogni condizionamento dell’animo. Quando la natura esteriore si spegne e la vegetazione appassisce, cresce in compenso tutto ciò che si lega all’iniziativa interiore. Forze di volontà si liberano, l’Anima del Mondo esorta l’individuo a diventare più coraggioso.

 

Nel giorno dell’equinozio si celebra la festa del forte volere.

 

Rudolf Steiner Al culmine dell’estate erano divenuti visibili i grandi stormi meteoritici che contengono il ferro cosmico. Quel ferro piovuto dal cielo in direzione della terra contiene l’arma degli Dei contro il drago-Ahrimane che vuole rubare agli uomini la luce animica, avvincendoli tra le sue spire. Allora il sangue umano si pervade di ferro: milioni di sfavillanti meteore turbinano nel sangue donando all’organismo l’energia per combattere ogni paura, ogni terrore, ogni forma degradante di odio. Come il volto dell’uomo quando corre diventa rosso vermiglio, così il corpo sottile dell’uomo irradiato di ferro cosmico comincia a emanare energia.

 

Rudolf Steiner, La filosofia della libertà. Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo Nelle antiche mitologie ricorrono figure di divinità solari, giovani divinità dorate che abbattono un drago o un serpente che sale dalle viscere della terra. Quando le giornate di autunno si rabbuiano e si rinfrescano, quando cadono le foglie e le prime piogge, evoca nella fantasia queste figure divine mentre abbattono il drago: esse sono il simbolo della autocoscienza vittoriosa, che si sveglia dal sonno dell’estate, pronta a realizzare con decisione i propri obiettivi.

 

Si immagini il drago, il cui corpo è formato dalle correnti sulfuree che salgono dalla terra accaldata d’estate: queste correnti gialle e azzurrognole formano le squame, le placche, le spire del drago. Ma ecco sul drago librarsi il dio dal volto di sole: egli brandisce la spada, in una atmosfera satura di saettanti stormi meteoritici. In virtù della luce dorata irradiante dal cuore del dio le meteoriti si fondono in una spada di ferro, che penetra nel corpo dell’antico serpente e lo distrugge. Alimenta con l’immaginazione la corrente che scorre dalla testa verso l’organismo, verso il basso: come uno stormo di meteoriti dal cielo stellato piove sulla terra, così una cascata di energia si riversa dal capo al cuore e seguendo le vie del sangue giunge agli organi e agli arti. Ovviamente all’immaginazione deve accompagnarsi l’azione: se qualcosa è in disordine deve essere ordinato, se qualcosa era stato lasciato in sospeso ora deve essere portato a termine, se qualche timore irretisce il nostro animo bisogna mettersi alla prova e con accortezza superare il timore, se ancora qualche fede, qualche credenza domina l’anima è tempo di dissolverla con la forza della razionalità, se qualche malumore aveva offuscato il rapporto con una persona è tempo di chiarire le cose con cordialità e amore. Così, agendo con energia, si onora lo Spirito dell’Autunno, tanto simile all’Arcangelo Solare venerato dagli antichi Persiani.

 

Tutta la nostra civiltà è costruita col ferro. Da quando i nostri antenati irruppero da Nord sui loro carri di battaglia brandendo asce di ferro, la nostra civiltà ha trasformato il volto della terra battendo il ferro, forgiando l’acciaio. Si pensi agli aerei che sfrecciano in cielo, ai ponti sospesi tra le sponde, alle strade ferrate, alle grandi navi. Grazie all’elemento del ferro si afferma il dominio della tecnica. Ma ciò che sulla terra si manifesta come ferro, nell’interiorità dell’uomo si esprime come volontà. Per questo si dice: “volontà di ferro”.

 

Nell’aria dell’autunno, quando le piogge spazzano via la sensualità dell’estate, si compie un processo alchemico: Ferro scaccia Zolfo. La corrente di ferro, fredda e metallica, che piove dal cielo smorza la corrente sulfurea che era fuoriuscita dalle viscere della terra nei mesi caldi d’estate. Respirando la fresca aria dell’autunno l’uomo prende parte a questo processo. Bisogna percepire questa corrente alchemica e alimentarla con la volontà. La divinità solare dallo sguardo metallico, col suo gesto indicante accompagna l’uomo nel cambio di stagione.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Italiano, Tradizione solare | | Ancora nessun commento.

Equinozio di primavera

 

Rudolf Steiner, Il corso dell'anno come respiro della terra La primavera, comunemente avvertita come stagione del rilassamento e del ristoro, contiene in sé il segreto della conoscenza di possenti forze che reggono alla radice la vita della terra: forze luminose e vivificanti, forze abbaglianti, addirittura forze tenebrose. In tempi antichi le liturgie del calendario consentivano ai popoli di partecipare al corso dell’anno cogliendo la possibilità del contatto con numi chiaramente distinti; i tempi moderni, con l’avvento dell’intelletto, hanno sciolto l’uomo dall’ordine sacro del tempo. Questo scioglimento è stato nel contempo un liberarsi (della forza individuale) e un impoverirsi (dell’anima).

 

Oggi un compito di sintesi attende l’individuo: quello di riconnettersi ai grandi ritmi della natura, al sacro ciclo dell’anno conservando il proprio pensiero lucido. È un compito innanzitutto del singolo, quindi delle comunità di uomini che sapranno formarsi sulla base di una rinnovata spiritualità per riaprire il varco chiuso dal materialismo, per frenare l’irruzione di forze oscure e la caduta dell’umanità nel subumano.

 

AP

 

Alfredo Cattabiani, Calendario Nel passaggio dalla primavera all’estate lo spirito della natura si rivela al mondo. L’anima dell’uomo si riversa in ciò che vive intorno, così egli diventa uno con tutto ciò che cresce, con ciò che germoglia e sboccia: fiorisce insieme al fiore, germoglia con la pianta, fruttifica con l’albero.

 

La primavera scioglie, in una possente espirazione, gli spiriti della natura: essi sorgono dalla tomba dell’inverno, si innalzano nell’atmosfera sino a sfiorare le orbite dei pianeti e a percepire le leggi eterne delle stelle.

 

La terra in inverno era quieta e placata come lo è la testa dell’uomo quando ha risolto un enigma. Ma quando a marzo le piante succhiano dalla terra le sostanze minerali per crescere, allora si diffonde nella natura una vitalità interiore, quasi una inquietudine. Sotto terra serpeggia la brama di vivere.

 

Questa brama attira stuoli di esseri ahrimanici (1). Essi aleggiano come un vento sottile che spira ovunque, come una pioggia che si riversa sul calcare della terra. Quando gli antichi veggenti vedevano nella atmosfera forme di draghi erano gli spiriti ahrimanici che vedevano. L’obiettivo di questi esseri è di trasformare la terra in un unico grande animale, distruggendo su di essa ogni forma di vita intelligente, ogni sentimento morale, la bellezza dell’arte, l’ordine della civiltà. Essi vorrebbero disciogliere le anime degli uomini in un grande essere collettivo dominato dai bassi istinti (2), farle cadere per sempre in uno stato di trance.

 

Ahrimane è il “principe di questo mondo”, è la forza di gravità che schiaccia gli uomini alla materia bruta. Egli corrompe con l’avidità del denaro, con l’ambizione del potere, con la brama dei sensi. Ma il patto firmato con lui a lungo andare è sempre fonte di sciagura. Ahrimane è il materialista perfetto: sua è la forza di gravità che schiaccia tutto verso terra. Negli uomini da lui dominati il pensiero della testa è solo una trasformazione dei succhi dello stomaco: seguendo le vie di Ahrimane essi discendono verso l’ominide. Se l’uomo si arrendesse completamente ad Ahrimane la sua figura si ripiegherebbe verso terra perdendo la nobile posizione eretta, il suo ghigno sarebbe quello della scimmia. Il corpo perderebbe l’agilità diventando grossolano e ricurvo come quello del gorilla; i movimenti perderebbero l’armonia della danza, l’eleganza della ginnastica, la velocità nel nuoto (3). Ahrimane promette il godimento dei frutti della vita; in realtà trasformando l’uomo in bestia gli vende la morte. L’uomo cedendo il suo spirito perde la scintilla della eterna giovinezza, così il suo organismo si calcifica e una sclerosi indurisce i movimenti e i pensieri.

 

Ogni anno a primavera, quando gli animali si risvegliano dal letargo e le forze vitali delle piante si proiettano verso l’alto, l’oscuro signore ha ancora una volta l’illusione di poter dominare completamente l’umano.

 

L’uomo deve vincere la corruzione di Ahrimane, dominando con la propria anima nobile gli istinti inferiori, portando la moderazione e la ragione nella sfera degli impulsi (4). Solo così egli può conservare la dignità della propria figura e la posizione eretta tra cielo e terra.

 

Ma un’altra forza produce squilibrio nella vita dell’uomo: essa si presenta come una divinità portatrice di luce, libera dalle limitazioni della vita terrena, splendida nell’espressione del volto come la stella del mattino. Quando Lucifero si manifesta, la forma del suo capo irraggia una bellezza meravigliosa, ideale. La sua forma sembra emergere dai colori del cielo dell’aurora, da formazioni gialle e rossicce, da vapori azzurri e violacei. Tutta la sua figura splendente è come se fosse formata da tenui vapori extra-terrestri. Egli appare bello ed amabile come la stella del mattino che sorge da oriente.

 

Rudolf Steiner È un essere sapientissimo. La mente di Lucifero capta i più profondi misteri dell’universo mentre le sue ampie ali si stendono nell’immensità. Dalla fronte, dalla laringe, dalle orecchie di Lucifero si irraggiano onde che sfiorano tutto ciò che vibra nell’universo. E ciò che è tastato dalle onde ritorna alle orecchie di Lucifero, entra nella sua mente per poi uscire di nuovo come verbo che si espande nell’universo.

 

Lucifero è il grande seduttore, fu lui a sedurre per primo l’umanità nei tempi più antichi, prima ancora che Ahrimane cominciasse a corromperla. In antico l’uomo era legato ai ritmi naturali, seguiva fedelmente il grande ordine della natura. Lucifero lo spinse alla ribellione, liberandolo dall’ordine naturale e donandogli il senso del proprio arbitrio. Per far questo anzitutto svincolò la procreazione umana dal ritmo della natura. Per un istinto primordiale gli uomini arcaici tendevano al concepimento in primavera, in modo che le anime giungessero sulla terra passando attraverso la porta del solstizio. Lucifero svincolò l’uomo da questo ordinamento: gli diede la possibilità di riprodursi ad arbitrio e così gli trasmise il senso della propria libertà, ma anche la propria irrequietezza spirituale.

 

Lucifero infatti è puro spirito: disdegna la materia e dona la libertà dalla natura. Ciò che è aldilà della materia sensibile diventa visibile al suo sguardo: ciò che è occulto a lui è palese. “Il suo regno non è di questo mondo”. Egli ama l’aldilà più dell’aldiquà, spinge alla morte più che alla vita. Affascinati dal suo miraggio trascendente i suoi seguaci pensano che la terra sia solo una valle di lacrime.

 

Se Lucifero dominasse a pieno la natura umana, le parti inferiori dell’organismo, quelle che permettono di stare saldamente ancorati alla terra ed agire, sarebbero distrutte. Gli uomini diverrebbero eunuchi ed effeminati. Non avrebbero più vigore virile, ma sarebbero spiriti evanescenti. Non avrebbero dignità e coraggio, ma sarebbero come pecore sottomesse al pastore e ai suoi cani.

 

A primavera si fa più forte la seduzione luciferica: nelle nubi di marzo dinamicamente si protendono gli spiriti luciferici. Per quanto essa sia affascinante, l’uomo deve vincere questa seduzione spirituale. Deve rimanere fedele alla terra, concentrato sulla missione da compiere nel luogo e nel tempo in cui vive. Godendo i frutti della esistenza terrena, non deve rinunciare ai piaceri, non deve dimenticare i doveri che la vita gli pone (5). Gli uomini non devono inseguire la bellezza nell’aldilà ma devono sforzarsi di realizzarla sulla terra, sia pur in forma finita e peritura.

 

Chiamiamo Ahrimane e Lucifero la corruzione di due grandi forze spirituali e fisiche. L’impulso dell’uomo a liberarsi dalla materia e a proiettarsi nel mondo del puro spirito si abbaglia in Lucifero. L’impulso ad amare la vita terrena si fa ombra in Ahrimane. Essi sono come specchi deformanti che distorcono l’immagine delle due parti del tutto: la materia e lo spirito. Le forze che essi utilizzano non devono essere represse, ma redente.

 

Cogliamo Ahrimane nella forza di gravità che dà peso al corpo umano e lo attrae verso il basso. Cogliamo Lucifero nella corrente che spinge alla deriva i corpi negli spazi interstellari.

 

Lucifero vuol distogliere l’uomo dalla vita sulla terra, vuole impedire che egli impieghi le sue energie per ordinare il mondo, per dare forma alla materia ed abbellirla. Lucifero attrae l’uomo col suo fascino, con la sua immensa bellezza fuori dalla terra: lo spinge ad odiare la semplice vita terrena, l’esistenza quotidiana prospettandogli il miraggio di mondi meravigliosi nell’aldilà.

 

Ahrimane attrae l’uomo alla terra, richiudendolo nel breve giro dei piaceri grossolani, degli istinti, degli interessi materiali.

 

Ma in equilibrio tra queste due potenze si pone la divinità solare, la divinità che si rivela al mondo attraverso la luce del Sole. Come noi vediamo con gli occhi il disco del Sole in perfetto equilibrio tra la dura terra e gli spazi siderali così intuiamo la divinità del Sole in equilibrio tra Ahrimane e Lucifero.

 

Il dio che è nel Sole si innalza sulla materia, trafigge il serpente di Ahrimane, come già fece a Delfi. Con la bellezza del suo sguardo attrae la forza di Lucifero e la spinge a discendere nella sfera terrestre. Per mezzo del suo volto bellissimo, che si rivela ogni giorno nel cielo, la luce divina entra infatti nel mondo sensibile.

 

Egli schiaccia il drago di Ahrimane, come già fece a Delfi. In qualunque modo lo si chiami ed invochi, egli porta agli uomini la salute e la purificazione.

 

Come il Sole a primavera risorge dalla tomba dell’inverno e trionfa così il Dio della Luce vince le tenebre della materia e le illusioni dello spirito. Il Sole della primavera che accarezza le piante è immagine dell’Invincibile che trionfa sulla terra e in cielo, portando all’uomo la salute perfetta.

 

§ § §
Nell’aria irradiata dal Sole della primavera si avverte anche l’influsso sottile di un’altra grande divinità, quella che gli antichi chiamavano Mercurio, lo spirito dell’aria. In alchimia il processo mercuriale si produce quando gli elementi dell’aria e dell’acqua si mescolano: in primavera, quando l’aria si riscalda e le acque più intensamente evaporano per poi discendere come pioggia sulla terra, il turbinio degli elementi manifesta la potenza del dio. Nel cosmo la terra appare azzurra come una gigantesca goccia d’acqua e l’azzurro dell’acqua esprime appunto l’effetto dell’influsso mercuriale.

 

Mercurio è una divinità particolarmente vicina agli uomini, egli non ha smesso di comunicare ad essi le sue verità segrete anche dopo il declino della civiltà antica. Per questo i saggi del Rinascimento lo invocavano come Ermete Trismegisto: Hermes il tre volte grande.

 

Rudolf Steiner, La filosofia della libertà. Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo In particolare Mercurio insegna agli uomini l’arte della guarigione e il simbolo di Mercurio, la verga dorata intorno alla quale si intrecciano i due serpenti (6), è il simbolo più appropriato per coloro che recano sollievo ai malati con i rimedi della medicina.

 

Nel nostro tempo un compito particolare si pone per coloro che vogliono farsi seguaci di Mercurio: la conciliazione tra la medicina moderna, figlia della scienza sperimentale, e la medicina dello spirito. Queste due branche devono essere unificate, senza che l’una disprezzi l’altra o l’altra ignori l’una. La salute fisica e la salute spirituale debbono essere considerate come due aspetti della stessa realtà: la purificazione dell’anima e il benessere del corpo sono entrambi necessarie affinché lo spirito che è incarnato in ogni uomo possa compiere con energia la propria missione di vita.

 

La primavera è la stagione di Mercurio. Quando l’aria si fa dolce e profumata il dio fa fluire le sue forze nella natura. Per questo è tanto importante la vita all’aria aperta, a contatto con la natura, l’escursione in quei luoghi sacri che sono i boschi, nei quali la nostra stirpe ritrova il contatto con la sua origine. Chi tende l’orecchio alla natura trae ispirazione per comprendere le virtù terapeutiche delle piante, delle sostanze, delle giuste abitudini.

 

Mentre l’uomo cammina, marcia, avanza sulle proprie gambe una corrente sale dalle profondità della terra e va a corroborare la sua volontà. Per quanto provenga dal grembo della terra essa è una corrente di tipo luminoso e solare, percepibile con particolare intensità appunto nella stagione di primavera.

 

Nel cielo della primavera si libra in alto la figura di Mercurio, col suo sguardo riflessivo, con in mano la verga attorno alla quale guizzano le correnti serpentine. Allora i grandi elementi cominciano a mescolarsi e a fondersi tra di loro: l’acqua si surriscalda e sale verso l’alto nella regione dell’aria, i venti primaverili spingono le piogge a ricadere sulla terra. I quattro elementi formano tra di loro un circolo: un grande serpente di fuoco che roteando genera l’energia nel cuore segreto della natura. Gli Etruschi chiamavano Turms il loro Mercurio, il nume che mescola di continuo gli elementi. Mercurio è appunto il dio delle metamorfosi. La maschera del nume manifesta la forza arcana della natura che muovendo in eterno circolo gli elementi rinnova la vita. L’uomo stesso deve partecipare con la propria coscienza al movimento della vita. La meditazione sui quattro elementi, sul modo in cui l’uno si riversa nell’altro tende proprio a questo obiettivo (7).

 

Una alimentazione sobria ed equilibrata durante l’inverno predispone l’organismo ad assimilare le forze di risanamento che si liberano nell’aria della primavera. Nel sistema respiratorio sono custoditi i segreti del risanamento e le forze del sistema respiratorio sono particolarmente attive nel settennio tra i sette e i quattordici anni: per tale ragione la vita all’aria aperta, l’educazione ginnica, il sentimento del valore sacro della natura coltivati in quella età sono causa di vigore e salute per buona parte degli anni a seguire.

 

Un’arte medica approfondita dovrebbe comprendere in che modo le malattie fisiche siano esse stesse sintomi, manifestazioni esteriori di squilibri interiori, di disarmonie dello spirito sorte con il succedersi delle vite. L’influsso di Ahrimane sull’essere umano tende a produrre l’indurimento, la sclerosi dell’organismo. Lucifero influendo invece sulla respirazione tende a disciogliere, a rende volatile l’organismo umano. La nuova medicina, nata dalla sintesi di scienza dello spirito e scienza della natura, dovrebbe individuare i rimedi fisici per curare le manifestazioni del male e nel contempo suggerire gli atteggiamenti spirituali adatti per eliminare la radice profonda della malattia. Infatti ogni malattia ha i suoi sintomi, ma la malattia stessa è solo un sintomo di qualcosa d’altro.

 

NOTE

 

(1) La definizione di “essere ahrimanico” fa riferimento alla figura di Angra Majnu (=Ahrimane) della mitologia aryo-iranica. Ahrimane, divinità della materia e della tenebra, può essere paragonata all’egizio Seth o al Tifone della mitologia greca. Mefistofele, lo spirito che nel Faust di Goethe propone di firmare il celebre patto con il sangue rientra nella medesima famiglia.
Sono tipicamente ahrimaniche le credenze per le quali l’uomo è solo un animale trasformato, il suo pensiero una rielaborazione degli alimenti digeriti, le facoltà psichiche un riflesso delle libidini dell’inconscio. Anche i riti religiosi celebrati con l’intenzione di acquisire felicità materiale sono dominati da questo demone. (2) È evidente come molti aspetti degenerati della vita moderna (l’uso di stupefacenti, l’alcoolismo, gli scatenamenti delle masse nelle piazze, nei concerti, negli stadi, così come le celebrazioni religiose basate sulla rabbia, sulla emotività della fede e i fenomeni di possessione spiritica) tendono verso questo oscuro fine. Cfr. Cavalcare la tigre di Julius Evola.
(3) Le scimmie hanno paura dell’acqua e alla nascita non hanno l’istinto natatorio che il neonato umano conserva.
(4) Cfr. Etica a Nicomaco di Aristotele.
(5) Cfr. Così parlò Zarathustra, di Friedrich Nietzsche. Il grande spirito di Nietzsche avvertì chiaramente gli effetti negativi dell’influsso di Lucifero propagati dalle correnti religiose che ad esso in larga parte si ispirano; tuttavia egli si contrappose agli spregiatori della vita basandosi su una concezione del mondo limitata dalle superstizioni del materialismo ottocentesco. L’impulso metafisico della sua anima veniva così rinchiuso a forza nella gabbia delle superstizioni “fisiologiche”: in questa terribile compressione è da ravvisare la radice dell’impazzimento di Nietzsche (qualcosa del genere era accaduto nell’antica Roma al poeta Lucrezio).
(6) Il caduceo di Mercurio esprime nel mondo occidentale l’immagine delle tre correnti della fisiologia dello yoga: ida, pingala e sushumna.
(7) Al riguardo, Massimo Scaligero ha indicato un esercizio di meditazione, che coinvolge i tre chakra basilari della corporeità umana legati appunto agli elementi della terra, dell’acqua, e del fuoco.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Italiano, Simboli, Tradizione solare | | Ancora nessun commento.

Apolitìa come rivolta contro il mondo moderno

Friedrich Nietzsche, il tardo Ernst Jünger, Julius Evola: essi rifiutarono qualunque compromissione con ogni sistema politico. Non furono fascisti, nazionalisti, nazionalsocialisti, o socialisti di alcun altro tipo; e certamente non furono democratici o liberali. La ragione non era solo la loro reazione al risultato finale della liberaldemocrazia — l’”ultimo uomo” che non conosce meta fuori di sé — ma soprattutto poiché essi videro attraverso le illusioni di tutti questi sistemi. Fu un problema anche l’esaminare gli errori e i confronti degli Anni ‘30, ed evitarli. Quando ripubblichiamo gli scritti di Evola di quel periodo, è esattamente con la stessa intenzione, e senza alcuna intenzione di destare sentimenti di nostalgia. Ma è infruttuoso perdersi in dispute interminabili nel giudicare individui di quel tempo. Il distacco interiore non è valido solo nelle condizioni dei tempi presenti, ma anche riguardo al passato. Coloro che cercano una connessione con la Tradizione eterna non se ne interessano con nostalgia, né condannando il passato. La vecchia Destra e la Nuova Destra, quanto l’intera Sinistra, possono prendersene cura. Noi viviamo di ciò che è valido eternamente, giusto eternamente, e oltre la Destra.

Con Georges Gondinet, vediamo la Destra posseduta da due demoni: l’uno il Riformismo, l’altro l’Estremismo. Il riformismo è una malattia spirituale, il cui sintomo è la dimenticanza di ciò che è essenziale. Il riformista può forse curare l’influenza, ma solo al prezzo del più pericoloso cancro. L’Estremista, come ultima risorsa, può piazzare bombe, ma senza toccare il cuore del sistema. Attacca l’esteriore, proprio come fa il Riformista. Sono entrambi superficiali, non radicali. L’analisi radicale, l’intervento sistematico, e l’offerta di alternative sociali sono i compiti più duri del vero uomo della Destra, il rappresentante della Tradizione. Il suo dovere principale è sopravvivere al collasso autoprocuratosi dal sistema (Georges Gondinet, Brève démonologie pour une action traditionnelle au service du plan divin, «Totalité» 23 / 1985).

Ernst Jünger, L'operaio. Dominio e forma Non si tratta di un problema di forma di governo: non siamo antidemocratici. La repubblica romana era tradizionale, e così fu la polis greca; ma parimenti lo fu anche la monarchia di diritto divino. Il governo delle oligarchie aristocratiche separato da Spirito e Popolo non è tradizionale, né democratico, benché tenti di celarsi dietro tale maschera.

Il ritiro dalla sfera politica è essenzialmente un ritiro interiore, che definisce una frontiera interiore tra il sistema moderno e noi stessi. Ciò porta a una partecipazione distaccata nel gioco delle forze politiche. L’opposizione viene in genere favorita. Tutti i rifugî esteriori hanno un lungo tempo prima di venire distrutti. Tracce isolate possono rimanere negli antichi centri iniziatici, ma è illusorio diffondere una restaurazione universale su tale base. No: solo il “Tibet interno” può essere un rifugio per noi nel mondo al quale noi non apparteniamo; un mondo che non è null’altro che un’orgia di stupidità, violenza e volgarità, un mondo moderno la cui decadenza dobbiamo ritorcere contro sé stessa, se sarà possibile rimanere interiormente illesi nel farlo. Favoriamo la sua purificazione rivolgendo il suo lato sudicio verso l’interno. Deploriamo l’attitudine ascetica e pia, quando questa dissimula una slealtà interiore. Affermiamo l’apparenza esteriore di abitare il mondo decadente — come musicista rock, mezzano o persino politico — se questo protegge un distacco interiore e difende dall’astio del mondo. Non è il nostro modo di odiare il mondo materialistico decadente. Ora finalmente volgiamo il suo odio, che è, in fondo, l’astio diabolico del ribelle contro la Tradizione e l’Ordine divino, contro sé stesso.

Una vita al di fuori della modernità è impossibile oggigiorno, qui nel cuore della bestia, il mondo della “civilizzazione occidentale”. Fare un tentativo in qualunque luogo può solo significare l’attirarne gli assalti su sé, e la fetida marea moderna inonderebbe come l’esercito comunista in Tibet.

In considerazione di tutto ciò, resta il problema di favorire la realizzazione interiore di quelle energie tradizionali che sono ancora attive, e il primato assoluto dello Spirito sulla Materia.

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Da Algiza 13, p. 8.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Italiano, Teiwaz | | Ancora nessun commento.

L’agenda del nuovo papa

Luigi De Paoli - Luigi Sandri (a cura di), L’agenda del nuovo papa. Dai cinque continenti ipotesi sul dopo Wojtyla Una definizione sintetica del libro potrebbe suonare più o meno così: teologi compiacenti ed esperti lacchè uniti nel confezionare un volume sulle attese “riforme” di una futuribile Chiesa. Appelli al “nuovo ecumenismo” giungono dai cinque continenti: tra le idee di base un posto privileguato spetta alla cosidetta “ecclesiologia di comunione” (pp.77 ss.), un’ecclesiologia che supera le ormai labili barriere tra le Chiese e si concretizza in un livellamento verso il basso dei valori condivisi dalla comunità cattolica.

 

Secondo i nostri eruditi autori la koinonia auspicata dal messaggio evangelico implica un arretramento, un “depotenziamento” ideologico e rituale della Chiesa romana nei confronti delle altre confessioni cristiane. Gli esempi sono tanti, dall’inculturazione dell’Africa con i suoi problemi di autorità e pianificazione delle competenze religiose, alla teologia della liberazione espressione politica di un malessere sociale, ai difficili rapporti con il protestantesimo, sino alla anelata istituzione del sacerdozio femminile. A quest’ultimo argomento, unito alla problematica della cosiddetta “teologia femminista”, è dedicata una buona parte del libro.

 

Un capitolo inoltre è occupato dalla fanta-lettera episcopale di Miriam IV il primo papa-donna (pp.115 ss.). Di per sè l’ossessione femmistista, retaggio di una mentalità comunista post-sessantottina, si è rivelata un falso storico ed idelogico: per decenni la “teologia hippie” ha riempito le pagine dei giornali di tendenza auspicando l’ascesa della donna ai centri del potere politico, economico e religioso. Dietro a questo si celava anche l’ingenua convinzione moderna che colei che recava la vita, poteva contribuire a costruire una società futuribile priva di guerre e conflitti sociali. Mai cosa si rivelò più menzognera: la donna – sicuramente per spirito emulativo – si è rivelata ben più spietata ed avida di potere del maschio. Oggidì gran parte del mondo impreditoriale, supporto della feroce globalizzazione, è guidato da donne-manager che si rivelano nelle scelte di mercato ben più prive di scrupoli dell’equivalente maschile. Gran parte dell’ideologia femminista contemporanea si è quindi svelata, come l’arcaico marxismo, una immane impostura.

 

Il rinnovamento ecclesiastico auspicato dagli autori del nostro libro sembra orientato verso il nulla: il risultato sarebbe qualcosa che di “cattolicesimo” porterebbe solo il nome: perché dunque continuare a chiamarlo così? Se l’unica costante nella religione è il dogma etico e la metafisica dovrebbe “adattarsi ai tempi” – assurdità esplicitamente affermata da uno degli autori del volume – perché allora continuare a professarsi cattolici o anche solo cristiani?

 

Fanno da corollario a questo vero e proprio compendio di stupidità, gli usuali strali contro l’area cattolico-conservatrice: così si evocano i fantasmi dello Ior finanziatore di Anastasio Somoza, il dittatore nicaraguense destinatario forse di un rivolo di quei 1800 miliardi di ammanco del Vaticano (pp.255 ss.). Curioso come i profeti del rinnovamento “politico” del cattolicesimo inorridiscano poi di fronte ad atteggiamenti tutto sommato indirizzati a garantire un perpetuarsi del potere temporale della Chiesa. Niente di spirituale dunque: gli intrighi di Marcinkus non differiscono quindi di molto dai maneggi orditi da uno dei tanti manager o imprenditori “rampanti” che ha conosciuto il nostro Paese (vd. tra i tanti l’”affare” SME, la società a partecipazione statale proprietaria di industrie alimentari). Gli eventi dello Ior erano stati poi ricostruiti anni orsono in un gustoso e “maledetto” romanzo di R. Peyrefitte (“La sottana rossa”) mai tradotto in Italia. Marcinkus, con nome modificato, appariva per quello che era, un grande arruffone al servizio della Chiesa.

 

Sulla stessa frequenza sono le invettive contro l’Opus dei la cui opera è ritenuta dagli autori del nostro libro una “evangelizzazione mediante il potere”, asserzione priva di senso il cui fine politico è però molto chiaro. Come chiari sono i riferimenti, usuali e logori, alla Shoah ed al veto posto dal mondo ebraico alla evangelizzazione di Pio XII: un grande atto per questi “riformatori” e portatori di spiritualità!

 

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Luigi De Paoli – Luigi Sandri (a cura di), L’agenda del nuovo papa. Dai cinque continenti ipotesi sul dopo Wojtyla

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Italiano, Teiwaz | | Ancora nessun commento.

Il racconto del Graal, aliâs il mistero delle origini

Non è molto logico commentare la Presentazione di un libro, tanto più se il volume altrove presentato da altri è il proprio. Ma vale la pena di fare un’eccezione per la premessa scritta dal dott. E. Albrile, redattore di codesta Rivista e nostro gentile patrocinatore presso questa ed altre pubblicazioni semestrali e non, ad un opuscolo del sottoscritto, attualmente in bozze presso un editore pugliese. Facciamo ciò, naturalmente, non allo scopo di farci pubblicità; benché ne avremmo sinceramente bisogno, trattandosi del nostro primo scritto di un certo formato, a parte il volume in corso di pubblicazione presso questo stesso editore.

 

L’Albrile è dell’opinione, sulla scorta del Rigbom e del Corbin, che la descrizione del Castello del Graal apparsa attorno al 1275 nel Der jüngerer Titurel di Albrecht von Scharffenberg sia stata occultamente influenzata da una conoscenza dell’architettura emblematica di un antico tempio iranico, il cd. ‘Trono degli Archi’ (Taxt-i Taqdis). Da ciò, oltreché da altre corrispondenze rilevabili nel Parzival di Wolfram von Eschenbach (scritto compilato fra il 1200 ed il 1210), è deducibile senz’ombra di dubbio un’influenza persiana nella misteriosofia graaliana. Tale influenza non può essere messa in dubbio e si può ritenere motivatamente che essa sia stata trasmessa da parte degli Assassini, i famosi Guardiani ismailiti della Terra Santa. Probabilmente attraverso i Templari, che raggiunsero Gerusalemme un ventennio dopo (1119) la conquista della Città Santa da parte della Prima Crociata (1099). Anche i Templari fungevano da Custodi del luogo sacro, con le medesime prerogative ed una gerarchia iniziatica approssimativamente parallela, nel versante cristiano. Orbene siamo del parere, non meno di un noto scrittore attuale, che anche le idee proprie dei Templari sul Tempio di Salomone e l’Arca dell’Alleanza abbiano influenzato notevolmente il simbolismo graaliano. Vediamo dunque in che maniera le due linee di azione s’intersechino nel raggiungere l’Occidente tardomedievale. Naturalmente qui si parla d’influenze, poiché è chiaro che la letteratura graalica rientra nell’esoterismo cristiano e come tale va intesa. Qualcuno in passato ha espresso però l’opinione che la tradizione celtica non sia finita con la cristianizzazione della Gallia, ma che abbia continuato a sopravvivere attraverso la copertura exoterica della Chiesa culdea (altri lo definisce ‘monachesimo kuldeo’). Ragion per cui ad un certo punto, allorché i tempi erano evidentemente maturi, si sarebbero prodotti un incontro ed una fusione a livello esoterico fra la tradizione cristiana e quella celtica. Ci si può chiedere quale fosse la confraternita cristiana coinvolta. A giudicare dalle citazioni di Wolfram, sembrerebbe che la parte intervenuta sia quella dei Templari.

 

Julius Evola, Il mistero del Graal Ripercorrendo la storia di codesto Ordine, dalla fondazione nel 1119 sotto l’egida di S. Bernardo (nipote di uno dei Nove Cavalieri fondatori e redattore quasi un decennio dopo della Regola loro imposta, dietro il riconoscimento ufficiale della Chiesa) sino alla distruzione del medesimo nel 1306 ad opera del Re di Francia (Filippo IV, altrimenti noto quale Filippo il Bello) e di Clemente V (un papa del periodo avignonese), si arriva a capire quale importante ruolo esso debba aver svolto in ambito esoterico nel corso dei due secoli circa nei quali ha potuto agire liberamente. A giudicare dalle accuse intentate all’Ordine del Tempio durante il processo che ha condannato al rogo i Templari, vale a dire il fatto di praticare culti osceni e venerare il Serpente sethiano , pare lecito affermare che si trattava di una confraternita di tipo gnostico. Ma in che modo è giunta la Gnosi in Europa nel Tardo Medioevo? Gli Gnostici, com’è risaputo, costituivano a loro dire i trasmettitori delle conoscenze segrete degli Apostoli; in altre parole, erano i veri conoscitori dei Misteri cristici.

 

Dopo la persecuzione perpetrata a loro danno in epoca tardoantica da parte della Chiesa dei primi secoli (II-IV sec.), le loro dottrine ed i loro riti potrebbero essere stati ripresi occultamente dai Catari, nonostante s’intraveda in costoro una certa influenza manichea. In un’interessante trasmissione televisiva di qualche tempo fa sono state mostrate visivamente in una cartina le tappe percorse dal movimento gnostico durante l’espansione dal Vicino Oriente in Europa. Le tappe considerate sarebbero state le seguenti: dalla Palestina alla Siria e da qui all’Armenia; indi, passando attraverso l’impero bizantino, esso si è trasferito nei Balcani ed in seguito in Bosnia, assumendo attorno al X sec. la denominazione di Bogomilismo. Alla metà del XII sec., sotto il nome di Catarismo, ha conquistato l’Italia Centro-settentrionale e la Francia Meridionale (Provenza, Linguadoca), diffondendosi anche nel resto della Francia ed in Renania. Sul piano pratico il radicalismo cataro propugnava un rigoroso ascetismo, condannando la pratica cattolica dei sacramenti e minando in tal maniera le basi religiose della società feudale. Pur tuttavia nella Francia Meridionale esso è riuscito a diffondersi presso l’aristocrazia. Il suddetto documentario supponeva inoltre che il movimento cataro abbia in tal modo stimolato la nascita della saga del Santo Graal. In particolare sarebbe stato il vate tedesco Wolfram a subire codesta influenza. Altri ha invece supposto che l’epica in questione sia servita a mobilitare la cavalleria del nord contro i Catari. Ma questa seconda tesi francamente non regge. Sta di fatto che è indiscutibile l’influenza dei Templari su von Eschenbach, e da dove hanno tratto i Templari il loro culto e la loro dottrina se non attraverso quelle propaggini della Gnosi che hanno raggiunto l’Europa all’inizio del X sec.? Una volta raggiunta l’Europa l’esoterismo cristiano deve essersi congiunto con certi depositi della tradizione latina serbati dalle associazioni dei mestieri (Collegia Fabrôrum), poiché si deve supporre che anch’essa non si sia estinta nel 391 dopo il proclama di Teodosio, il quale giungeva a vietare le pratiche pagane di culto.

 

Guénon, basandosi su uno scritto di H. Martin (storico francese), ha a suo tempo dichiarato indirettamente che in seguito alla distruzione dell’Ordine del Tempio la Cavalleria del Graal è divenuta la Massenia del San Graal, da cui sembra in parte discendere la stessa Massoneria moderna. I membri di tale confraternita chiamavansi i Templisti. Nel Titurel (1215-1220) di Wolfram, composto dal templare svevo precedentemente al Titurel recenziore del poeta bavarese Albrecht, è il personaggio stesso di Titurel a fondare il Tempio del Graal – nella Gallia Meridionale, ai confini con la Spagna – e la costruzione viene diretta secondo i dettami di Merlino; che è stato iniziato da Giuseppe d’Arimatea al piano del Tempio per antonomasia, vale a dire il Tempio di Salomone. L’opera di Albrecht pone invece il sacro edificio con la preziosa reliquia a Salvaterre in Spagna. Ed infine il Santo Vasello, al fine di essere sottratto alla profanazione da parte degli uomini ingiusti e corrotti del tempo, viene trasportato dagli Angeli agli estremi confini del mondo, in una località attigua al Paradiso Terrestre.

 

Franjo Terhart, I Templari guardiani del Santo Graal Ragion per cui, potremmo arguire da tutto ciò, i due fratelli della storia del Parzival di Von Eschenbach (il primogenito Feirefiz ed il secondo nato, appunto Parsifal medesimo) rappresentano in realtà due correnti esoteriche parallele ed ugualmente valide dell’ambiente tardomedievale. Il loro affratellamento spirituale si basava sull’origine comune delle dottrine alle quali i seguaci dell’una e dell’altra parte si ispiravano. È chiaro che alludiamo qui agli Assassini ed ai Templari, i quali fungevano entrambi da Guardiani della Terra Santa. La Terra Santa era un’immagine visibile del Centro del Mondo ossia del Paradiso Terrestre, che le antiche e recondite leggende situavano cosmograficamente al Polo Boreale. Ma la Terra Santa stessa aveva a sua volta un proprio centro ed era esattamente il colle ove era un tempo collocato il Tempio di Salomone. Non è certo un caso che i Templari abbiano stabilito la loro residenza nella Città Sacra, durante la loro permanenza ivi prima della riconquista di Gerusalemme da parte di Saladino nel 1187, nei pressi delle fondamenta di tale distrutto edificio. Il cuore del Tempio era stato in passato l’Arca dell’Alleanza (ebr. Tebah, palaaram. Tebuta / Tebota, et. Tabot), una specie di quadrilatero simbolico che rifacendosi emblematicamente all’Arca di Noè costituiva un simulacro terreno della Gerusalemme Celeste dalle Dodici Porte. Dodici come gli Apostoli di Gesù o le Tribù d’Israele. Tutte immagini terrene dello Zodiaco Celeste, come del resto i Dodici principali Cavalieri della Tavola Rotonda. Ciò spiega perché nel Parzival è scritto che il ‘pagano’ Flegetanis abbia contemplato il Graal in cielo.

 

Orbene, siccome il Graal era custodito secondo l’opera di Albrecht nella Terra del Prete Gianni , il Sacerdos-rex in cui il Tardo Medioevo ha incarnato il Sovrano Universale ossia il Cakravarti, per dirla con gli Indú, ecco che si spiega in tal modo il rapporto d’identità tra il Graal e l’Arca dell’Alleanza giustamente ipotizzato da Graham Hancock, che ha il solo torto di non aver mai letto Guénon. Infatti l’Arca dell’Alleanza, come c’insegna il brillante autore di best-seller mondiali, era stata trafugata dal Tempio di Salomone secondo il Kebra Nagast etiope ad opera di Menelik I, il figlio che il saggio israelita aveva avuto dalla Regina di Saba. È d’altronde innegabile che esista un certo rapporto fra il meticcio Feirefiz di Wolfram e cotal Menelik, così come fra la nera Regina Madre Belacane e la Regina di Saba. Dato che Gianni era il nome del figlio generato a Feirefiz da Repanse de Schoye, tutti i sovrani discesi da quella nobile famiglia avrebbero da allora in poi assunto il nome simbolico, in quanto custodi del Graal (cioè, mutatis mutandis, dell’Arca dell’Alleanza gelosamente custodita dai sovrani etiopi discesi dinasticamente da Menelik), di Prete Gianni. La cosa è apertamente suggerita da Von Scharffenberg, il quale non era che un mero discepolo di Von Eschenbach, come abbiamo già visto.

 

Giorgio Baietti, L'enigma di Rennes le Chateau. I Rosacroce e il tesoro perduto del Graal Nel contempo possiamo dichiarare che Parsifal, divenuto alla fine della saga graaliana il novello Re Sacro capace di avvicendarsi a Re Anfortas (il Re Pescatore, in altre parole l’Uomo in senso adamitico) dopo che per il proprio valore di puro cavaliere dedito alla ricerca della Verità ultima lo ha guarito dall’insanabile male (provocato dal Tempo corruttore), rappresenta una figura strettamente equivalente a quella di Feirefiz. Nel senso che il cavaliere cristiano incarna l’ideale gnostico dei Templari, mentre il cavaliere ‘pagano’ impersona l’ideale ismailita degli Assassini. Per cui non sarebbe errato stabilire parallelamente una connessione da un lato fra Re Anfortas ed il Gran Maestro dell’Ordine Templare, dall’altro fra il Prete Gianni ed il Veglio della Montagna. Se è vero allora che il Tempio del Graal risale tramite il Tempio di Salomone e l’Arca dell’Alleanza, venerata dai Patriarchi ebraici, al simbolismo noaico e quindi si rifà per ciò stesso alla tradizione atlantidea, è pur vero che esso per via delle sue implicazioni con l’esoterismo celtico ci rimanda viceversa alla tradizione iperborea. Egualmente l’antico tempio persiano di cui parlavasi al principio della nostra argomentazione (su segnalazione dell’Albrile) deve essere ricollegato per via ario-indoiranica alla Tradizione primigenia, proveniente direttamente dal Paradiso Terrestre; e per via islamica alla Città Santa, al Tempio di Salomone, all’Arca e all’Atlantide. Tra le due tradizioni menzionate non ci può essere dunque contraddizione, ma solo accordo armonico.

 

Appendice

 

Trattando dei rapporti del Graal coi Rosacroce, Evola cita un enigmatico personaggio come capo dell’Ordine, l’Imperâtor; il cui nome e la cui sede dovevano rimanere sconosciuti, in quanto il personaggio non esercitava la propria funzione in sede temporale, bensì sul piano spirituale. Basta dire che nell’elenco di Imperatôres succedutisi nel corso del tempo figurava persino la figura gnostica di Seth. Dal punto di vista rosicruciano il Papa non era che un usurpatore, siccome si presentava come il capo spirituale per eccellenza di tutta la comunità cristiana, cosa che normalmente non poteva spettare ad un’autorità che esercitava il suo dominio sul piano exoterico. È chiaro che l’Imperatore di cui parlavano i Rosacroce altri non è che il Jagadguru degli Smrti (Tradizione) hindu, venerato dagli Smârta, l’Ordine fondato da Çankaracârya. Si diceva infatti che egli avrebbe esercitato uno speciale ruolo alla ‘Fine dei Tempi’. Questo tuttavia non è altro che il compito del Re del Mondo, la cui funzione necessariamente si richiama al mistero delle origini, poiché essa non è molto diversa da quella del Re del Graal. La differenza tra l’una e l’altra consiste nel fatto che la figura del Re del Graal ha un carattere esclusivamente primordiale e costituisce per così dire un punto di riferimento ideale, a livello iniziatico; giacché il Re Sacro è in realtà solo un simulacro e rappresenta l’Uomo Universale (o alternativamente l’Uomo Vero) nella sua dimensione sovrannaturale; mentre la figura del Re del Mondo ha un significato perenne, che va al di là delle Età cicliche ed è strettamente legata ad una particolare vocazione umana. Insomma, rifacendoci a scopo comparativo al simbolismo hindu, potremmo spiegare tale differenza di ruolo paragonando il Re del Graal al I Avatâra; vale a dire a Manu aliâs il Re Pescatore, il quale è più o meno identificabile al Pesce Divino, a seconda che ci si riferisca al Paradiso Terrestre oppure a quello Celeste. Invece il Re del Mondo corrisponde all’Avatâra eterno, che la tradizione islamica conosce sotto il nome di Seyidnâ El-Khidr e tratteggia come un essere di color verde, detentore perpetuo di una sapienza superiore a quella stessa dei Profeti. Tornando alla questione della ‘Fine dei Tempi’, è chiaro che il magistero esercitato dal Re Mondo, ossia dall’Imperâtor di rosicruciana memoria, ha lo scopo di favorire il recupero dello stato primordiale; ma tale azione si svolge in segreto, non alla luce del sole, come invece è il caso del X Avatâra (denominato Kalkyâvatâra).

 

Luce del Graal Quest’ultimo, viceversa, si richiama direttamente a Manu; cioè al Re Pescatore, di cui è un’incarnazione (il termine evoca precisamente l’idea di una ‘Discesa terrena’) nei tempi ultimi. Kalki è presentato dalle Scritture hindu come una sorta di cavaliere che discende dal Cielo per sconfiggere i Fuori-casta, ma ciò non deve essere preso troppo letteralmente. Piuttosto dovremmo dire che egli giunge tra noi per rammentarci la nostra vera natura. Per questo l’azione di siffatto personaggio non può essere circoscritta all’ambiente indiano, ma deve evidentemente esercitarsi a livello universale. Il che sottintende la riunificazione di tutte le tradizioni e la loro subordinazione alla Rivelazione primeva. Cosmologicamente Kalki, figurativamente descritto con la Testa Equina o addirittura come un Cavallo Bianco , è identificabile all’asterismo di Canopo, che ha retto il Polo Sud nel X Ciclo Avatarico (4.480 a.C.-2000 d.C.); per contro il Jagadguru (lett. ‘Maestro del Mondo’), in termini ebraici il ‘Re del Mondo’, identificasi alla costellazione del Dragone, reggente nello stesso periodo indicato il Polo Nord. Ora, a ben vedere, nel 2000 c’è stato un passaggio di consegne ai due Poli; nel senso che a Nord l’Asse è passato dal dominio ciclico del Dragone a quello della Stella Polare ed a Sud, parimenti, al presidio di Canopo è subentrato quello della Croce del Sud. Dalla qual cosa dobbiamo dedurre che la svolta spirituale di cui si parlava più addietro c’è già stata in effetti, dal momento che secondo la cronologia tradizionale ci troviamo a vivere nell’Alba di una novella Età dell’Oro. Ed è stata una svolta tutta interiore, della quale purtroppo la maggior parte dei contemporanei non ha avuto ancora coscienza, tanto che non ha aggiornato il calendario. Ma, sebbene il freddo della notte appena trascorsa prevalga tuttora, il sorgere di un nuovo Sole – da Virgilio preconizzato in una famosa Ecloga come la nascita di un innocente Puer dai tratti apollinei – è ormai prossimo e non mancherà ben presto di produrre i suoi frutti.

 

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Tratto da Algiza 15, pp. 6-11. La presente versione è stata pubblicata priva delle note a pié di pagina.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Italiano, Medioevo | | Ancora nessun commento.

Adolf Wissel

Nasce il 19 aprile 1894 a Velber presso Hannover da una famiglia contadina, figlio più giovane di tre fratelli dell’agricoltore Heinrich Wissel. Gli altri due fratelli sono Heinrich (1890 – 1945), che erediterà la fattoria paterna proseguendo l’attività, e Kuno (1891 – 1919), morto a soli 28 anni per le conseguenze di ferite di guerra.

 

Dopo la Grundschule a Velber, Adolf inizia i suoi studi presso la scuola d’arti decorative (Kunstgewerbeschule) di Hannover, dove segue i corsi dal 1911 al 1914. Nel 1916 parte soldato per il fronte della prima Guerra mondiale. Termina la sua formazione dal 1922 al 1924 all’Accademia d’Arte di Kassel con il pittore Curt Witte. Il suo sviluppo artistico è influenzato anche da Carl Bantzer, che è il direttore dell’Accademia negli anni in cui Adolf inizia i suoi studi.

 

Dal 1924 non lascerà mai più la sua città natale. Dipinge svariate opere dedicate alla vita dei contadini (ritratti, figure, gruppi) e rappresenta la vita rurale della Bassa Sassonia in uno spirito vicino a quello völkisch. Subisce anche l’influsso della Neue Sachlichkeit. Esegue i ritratti di Wilhelm Raabe e di Alexander von Humboldt per le scuole omonime. Realizza anche dipinti murali per la Landesbank, per il municipio e l’ufficio del ministero della cultura della Bassa Sassonia nella città di Hannover. Il 1 aprile 1933 riceve il premio Tramm della città di Hannover ed il 1 aprile dello stesso anno entra nel NSDAP. Nel 1934 si sposa con Ella, una ragazza di Cussebode, vicino alla fattoria del fratello, dove Adolf organizza il suo atelier. E’ presente con 21 opere alla Grosse Deutsche Kunstausstellung dal 1937 al 1944, che per la maggior parte rappresentano la vita del popolo e ritratti di contadini: Jungbäuerinnen e Bauerngruppe nel 1937, Bäuerin, Bildnis e Häkelndes Bauernmädchen nel 1938, Kalenberger Bauernfamilie nel 1939, Alter Bauer, Bildnis, Landschaft mit Kühen e Feldarbeit nel 1940, Heuernte, Damenbildnis, Jungmädel e Mädchenbildnis nel 1941, Dr. Arthur Menge, Ernte e Bildnis nel 1942, Kalenberger Bauernmädchen, Bäuerin e Bauer nel 1943. Delle 21 opere se ne sono salvate 13, di cui 11 oggi di proprietà di privati (7 a Hannover, 2 nello Schleswig-Holstein e 2 in Baviera). Le uniche due visibili e di proprietà pubblica sono il ritratto del Dr. Arthur Menge nel Municipio nuovo di Hannover e Kalenberger Bauernfamilie nel deposito dell’Oberfinanzdirektion a Monaco.

 

Adolf Wissel, Kalenberger Bauernfamilie

 

Hitler acquista nel 1938 il suo quadro Bäuerin per la somma di 6.000 Reichmarks e nel 1939 Kalenberger Bauernfamilie. Molti dei suoi lavori, tra cui il famoso Bauerngruppe, vengono anche acquistati dal 1937 dal ministro per l’agricoltura Walther Richard Darré. Il quadro Bauerngruppe, iniziato nell’estate del 1934 e terminato nel 1935, rappresenta la cerchia familiare dell’artista: sua moglie Ella Wissel (originaria del villaggio di Cussebode nel Wendland in cui fu realizzata l’opera) è vicina al padre a destra e guarda l’osservatore, sulla sinistra un vicino con il figlio. Il 30 gennaio 1938 riceve da Adolf Hitler il titolo di professore. Sempre nel 1938 partecipa alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno il suo Bäuerin appare il primo agosto nella copertina della rivista nazionalsocialista Frauen Warte. Nel 1941 esegue il ritratto del Dr. Arthur Menge sindaco di Hannover dal 1925 al 1937. Nel 1943 nell’ambito degli scambi culturali italo tedeschi prende parte alla mostra Menschen und Landschaften Niedersachsens organizzata nella città di Cremona dall’Ente autonomo manifestazioni artistiche che pubblica anche il catalogo Uomini e paesaggi della Bassa Sassonia. Esposizione d’opere d’arte di artisti germanici – Cremona dal 6 al 20 giugno del 1943. Dopo il suo rientro in Germania, tutti i quadri dell’esposizione e le sue opere Bauerngruppe e Heuernte finiranno distrutti in un bombardamento aereo dell’ottobre 1943. Dal 1944, come altri 130 pittori, scultori e grafici fa parte del Künstler im Kriegseinsatz.

 

Adolf Wissel, Kalenberger Bauernmaedchen

 

Dopo la fine della guerra non subisce un particolare ostracismo forse per la natura rurale di gran parte della sua produzione. Lavora come ritrattista e nel l951 la Humboldtschule organizza una grande mostra retrospettiva. La stampa regionale ne festeggia il 65°, 70° e 75° compleanno come artista che ha dipinto i paesaggi della terra natale. Adolf Wissel muore a Velber il 17 novembre 1973. Nell’anniversario della nascita l’anno seguente viene organizzata una mostra commemorativa delle sue opere presso l’Historichen Museum di Hannover. Per una visione completa dell’opera dell’artista, purtroppo riprodotta in bianco e nero, vedi il libro di Ingeborg Bloth Adolf Wissel. Malerei und Kunstpolitik im Nationalsozialismus, Gebr. Mann Verlag, Berlin, 1994, ISBN 3-7861-1740-3

Adolf Wissel, Bauerngruppe


Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Centro Studi La Runa online, Italiano | | Ancora nessun commento.

Prima del Diluvio cosa c’era? Viaggio alle radici della nostra Storia

Ian Lawton, Le antiche civiltà antidiluviane. Origini, evoluzione, tecnologie e dottrine Un ricordo leggendario diffuso nelle tradizioni di ogni angolo del mondo parla di una grande catastrofe che annullò tragicamente un precedente ciclo di civiltà. Un grande diluvio sommerse isole e città, interi continenti vennero distrutti e la vita sulla terra fu perigliosamente preservata solo da pochi sopravvissuti, di cui gli uomini odierni sarebbero i lontani discendenti. Questo ricordo diffuso dall’America all’Asia, presente nella Bibbia e nei miti greci, tramandato in varie versioni anche dalle più strampalate congreghe esoteriche, viene spesso accostato ad altri avvenimenti avvolti nel mistero e per ciò stesso ricchi di fascino. Spesso lo si confonde con l’affondamento della perduta civiltà di Atlantide, narrato da Platone, e con i ricordi dell’Età dell’Oro che precedette i tempi attuali. Si tende così in genere a pensare a una civiltà fortemente avanzata e al tempo stesso in piena decadenza, che fu sommersa o per volere divino, o per fatti naturali (eruzioni vulcaniche, maremoti, meteoriti) o per una combinazione di fattori. Alcuni hanno anche ipotizzato che la tecnica troppo avanzata si fosse rivoltata contro questi uomini d’altri tempi, incapaci di porre un freno alle loro ambizioni, e persino all’intervento di esseri alieni.

 

David Hatcher Childress, Le città perdute di Atlantide, Europa antica e Mediterraneo È chiaro come in queste vedute si confondano piani diversi: la mitologia, la storia arcaica, la religione, l’ipotesi scientifica, l’occultismo teosofico e antroposofico e l’archeologia “di frontiera”. L’enigma così, anziché dipanarsi, si infittisce sempre più, in un vortice di idee fondate e di fantasie, di ipotesi coerenti e di astruse speculazioni. Chi tratta questi temi, oltretutto, parla spesso con una fastidiosa saccenza, sia che si ponga nella prospettiva “scientifica” in voga nel momento, sia che pretenda di rivelare conoscenze occulte dimenticate e rivelategli per vie misteriose. Allo stesso modo, così, i lettori si dividono tra lo scetticismo esasperato dei più e la faciloneria dei pochi creduloni, e difficilmente si trova una misura d’equilibrio su questi temi tanto affascinanti quanto oscuri.

 

In questo mare magnum di posizioni variegate si situa un libro di recente pubblicazione nella nostra lingua, Le antiche civiltà antidiluviane di Ian Lawton, già autore di altri saggi in materia di archeologia dalle prospettive anticonvenzionali. L’intendimento di questo volume è di offrire una visuale sul mondo quale avrebbe dovuto essere prima del diluvio che cancellò il ciclo precedente. È merito dell’autore avere prestato orecchio non soltanto ai grezzi dati materiali offerti dalla ricerca scientifica, ma anche ai miti tramandati di tutte le civiltà mondiali, con l’intendimento di interpretarli alla luce del mondo spirituale in cui essi si svilupparono. Gli esiti di questa ricerca non sono da disprezzare, nonostante alcune di quelle divagazioni fantasiose che, come prima si diceva, caratterizzano normalmente questo tipo di studi: hanno il merito, soprattutto, di riportare la nostra attenzione sul cruciale, fondamentale problema delle nostre origini.

 

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Tratto da La Padania dell’8 febbraio 2005.

 

Ian Lawton, Le antiche civiltà antidiluviane. Origini, evoluzione, tecnologie e dottrine (IBS) (BOL) (GDL)

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Italiano, Storia antica | | Ancora nessun commento.

Achille e Cuchulainn, separati alla nascita

Bernard Sergent, Celti e greci. Il libro degli eroi Quando George Dumézil cominciò i suoi studi sulla civiltà indoeuropea, i tanti rilievi fatti dai critici davano l’impressione che lo studioso francese si fosse avventurato in una zona incerta, al limitare della temerarietà. A poco a poco, però, una lunga schiera di specialisti dei diversi campi di questa disciplina accettò i risultati delle sue ricerche e la sua opera uscì dall’emarginazione nella quale, inizialmente, il mondo accademico sembrava volerlo confinare. Fra i numerosi meriti che Dumézil può vantare c’è anche quello di aver formato un folto gruppo di studiosi che con autorevolezza ne continuano le analisi e, molto spesso, gli indirizzi di ricerca.

 

Fra questi, Bernard Sergent è probabilmente il meno classificabile sotto etichette precostituite, con le sue molteplici specializzazioni che toccano la storia e l’archeologia, l’antropologia biologica e la mitologia. È senza dubbio uno degli studiosi più promettenti fra quanti ne ha annoverati la “scuola duméziliana”. Autore di una grosso saggio d’insieme sugli Indoeuropei, nel quale ha studiato tutto il materiale emerso negli ultimi cento anni con una minuziosità che farebbe arrossire un filologo di scuola antica, ha poi proseguito le sue indagini soffermandosi in alcuni ambiti specifici di questa vastissima disciplina: la genesi dell’India prima, il rapporto fra omosessualità e mondo divino poi e, infine, quello fra l’omosessualità e le iniziazioni.

 

Nuccio D'Anna, Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell'antica Grecia Sufficientemente ferrato per affrontare con un metodo comparativista materiali di difficile comprensione, Bernard Sergent ha poi osato affrontare una materia che nessun indoeuropeista aveva mai toccato in modo sistematico, quella concernente i rapporti fra la mitologia greca e celtica. Nasce così il testo di Celti e Greci. Il libro degli Eroi, che ora le Edizioni Mediterranee di Roma propongono all’attenzione degli studiosi italiani nella prestigiosa collana “Orizzonti dello Spirito”.

 

Preceduto da una introduzione del professor Enrico Montanari dell’Università “La Sapienza” di Roma, il libro è diviso in tre parti che studiano particolari contesti mitologici.

 

Ad una prima occhiata sembrerebbe davvero difficile accostare personaggi secondari della mitologia ellenica come Cefalo al quasi totalmente sconosciuto eroe celtico Celtchar. La stessa cosa può essere detta per il rapporto stabilito da Bernard Sergent fra Bellerofonte e il più conosciuto Cuchulainn, l’eroe di una innumerevole quantità di scenari guerrieri dell’antica Irlanda. L’analisi di questi Eroi è attenta, serrata, ma la nebbia che avvolge molta parte del loro dossier mitologico non permette conclusioni certe, nonostante la continua attenzione nell’individuare gli elementi fondamentali che delimitano la “personalità” di questi protagonisti di un mondo non sempre di facilissimo approccio.

 

Bernard Sergent, Les trois fonctions indo-européennes en Grèce ancienne. Tome 1: De Mycènes aux Tragiques Più complessa la comparazione fra il celeberrimo eroe ellenico Achille, con l’altrettanto famoso Cuchulainn, l’eroe celtico che molto spesso è conosciuto solo per le sue colossali bevute.

 

Bernard Sergent procede per gradi. La sua lunga analisi comincia comparando la nascita dei due eroi e la loro educazione. Elementi essenziali del profilo delle rispettive madri e persino degli educatori sfuggono ad una realtà “umana” e si collocano, invece, all’interno di un contesto mitologico nel quale acquistano rilievo forme di iniziazione che trasformano il giovane in un possente guerriero. Tale sua qualità consente all’Eroe persino di operare ai limiti dell’ordine sociale della propria civiltà e di costituire, spesso, un elemento di perturbazione. Una serie di tratti comuni avvicina i due Eroi: la giovinezza, il fatto che ad un certo punto della loro vita assumano tratti da fanciulla, la loro bellezza quasi femminea, la sostanziale brevità della loro vita, il colore rosso che sembrano prediligere, la potenza del loro grido di guerra, la regalità che li pone al di sopra di tutti gli uomini.

 

Bernard Sergent, Les Indo-Européens Si passa poi al contesto nel quale Achille e Cuchulainn vivono, le armi che prediligono: la lancia e lo scudo; gli animali che li aiutano nelle loro imprese guerriere: i cavalli e il cane. Infine il tipo di azione guerriera che li ha resi unici: la quantità dei nemici uccisi, i massacri, le stesse forme di uccisione, le decapitazioni. Un particolare rilievo può avere la triplice classificazione degli avversari affrontati, che rimanda a rituali guerrieri nei quali aveva un ruolo fondamentale un mostro tricefalo. È ancora in tale contesto rituale che acquistano importanza i cenni alla circumambulazione del campo di battaglia, oppure l’abitudine ad un combattimento solitario, oppure quello contro le potenze ctonie sui quali insistono alcuni scenari mitologici.

 

Achille e Cuchulainn sono Eroi che rappresentano un mondo culturale particolare, personificano categorie mentali trasposte nel mito e spesso simbolizzano importanti forme rituali non più praticate in epoca storica. Ci troviamo di fronte ad una forma di civiltà guerriera non confinabile nei canoni del normale combattente, ma che travalica in una realtà iniziatica della quale in età storica si è persa ogni cognizione. La stessa morte dei due protagonisti mostra somiglianze stupefacenti se si tengono presenti i contesti sacrali nei quali gli Eroi operano. Achille è ucciso da Paride, un protetto del dio Apollo, mentre la morte di Cuchulainn viene prodotta dall’intervento del celtico Lug, il dio che è spesso accostato per le sue similitudini proprio all’Apollo ellenico.

 

Franco Rendich, Origine delle lingue indoeuropee. struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino L’indagine di Bernard Sergent è serrata e non lascia spazio a critiche provenienti dai classicisti, non abituati a comparare materiali così difficili ma ricchi di prospettive. Dalle sue ricerche emerge un nuovo modo di accostarsi al mondo greco. La superstizione, che faceva della civiltà ellenica una specie di miracolo irripetibile, crolla di fronte a tutta una serie di studi che mostrano come la mitologia ellenica scaturisca dallo stesso retroterra culturale e rituale che ha dato vita alla civiltà dell’India e della Scandinavia, della Celtide e di Roma.

 

Studi come questo possono stimolare a trovare spazi nuovi di ricerca e ad esplorarli fino in fondo.

 

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Tratto da Area di aprile 2006.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Celti, Indoeuropei, Italiano, Religione | | Ancora nessun commento.