Prove di Runa

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Apolitìa come rivolta contro il mondo moderno

Friedrich Nietzsche, il tardo Ernst Jünger, Julius Evola: essi rifiutarono qualunque compromissione con ogni sistema politico. Non furono fascisti, nazionalisti, nazionalsocialisti, o socialisti di alcun altro tipo; e certamente non furono democratici o liberali. La ragione non era solo la loro reazione al risultato finale della liberaldemocrazia — l’”ultimo uomo” che non conosce meta fuori di sé — ma soprattutto poiché essi videro attraverso le illusioni di tutti questi sistemi. Fu un problema anche l’esaminare gli errori e i confronti degli Anni ‘30, ed evitarli. Quando ripubblichiamo gli scritti di Evola di quel periodo, è esattamente con la stessa intenzione, e senza alcuna intenzione di destare sentimenti di nostalgia. Ma è infruttuoso perdersi in dispute interminabili nel giudicare individui di quel tempo. Il distacco interiore non è valido solo nelle condizioni dei tempi presenti, ma anche riguardo al passato. Coloro che cercano una connessione con la Tradizione eterna non se ne interessano con nostalgia, né condannando il passato. La vecchia Destra e la Nuova Destra, quanto l’intera Sinistra, possono prendersene cura. Noi viviamo di ciò che è valido eternamente, giusto eternamente, e oltre la Destra.

Con Georges Gondinet, vediamo la Destra posseduta da due demoni: l’uno il Riformismo, l’altro l’Estremismo. Il riformismo è una malattia spirituale, il cui sintomo è la dimenticanza di ciò che è essenziale. Il riformista può forse curare l’influenza, ma solo al prezzo del più pericoloso cancro. L’Estremista, come ultima risorsa, può piazzare bombe, ma senza toccare il cuore del sistema. Attacca l’esteriore, proprio come fa il Riformista. Sono entrambi superficiali, non radicali. L’analisi radicale, l’intervento sistematico, e l’offerta di alternative sociali sono i compiti più duri del vero uomo della Destra, il rappresentante della Tradizione. Il suo dovere principale è sopravvivere al collasso autoprocuratosi dal sistema (Georges Gondinet, Brève démonologie pour une action traditionnelle au service du plan divin, «Totalité» 23 / 1985).

Ernst Jünger, L'operaio. Dominio e forma Non si tratta di un problema di forma di governo: non siamo antidemocratici. La repubblica romana era tradizionale, e così fu la polis greca; ma parimenti lo fu anche la monarchia di diritto divino. Il governo delle oligarchie aristocratiche separato da Spirito e Popolo non è tradizionale, né democratico, benché tenti di celarsi dietro tale maschera.

Il ritiro dalla sfera politica è essenzialmente un ritiro interiore, che definisce una frontiera interiore tra il sistema moderno e noi stessi. Ciò porta a una partecipazione distaccata nel gioco delle forze politiche. L’opposizione viene in genere favorita. Tutti i rifugî esteriori hanno un lungo tempo prima di venire distrutti. Tracce isolate possono rimanere negli antichi centri iniziatici, ma è illusorio diffondere una restaurazione universale su tale base. No: solo il “Tibet interno” può essere un rifugio per noi nel mondo al quale noi non apparteniamo; un mondo che non è null’altro che un’orgia di stupidità, violenza e volgarità, un mondo moderno la cui decadenza dobbiamo ritorcere contro sé stessa, se sarà possibile rimanere interiormente illesi nel farlo. Favoriamo la sua purificazione rivolgendo il suo lato sudicio verso l’interno. Deploriamo l’attitudine ascetica e pia, quando questa dissimula una slealtà interiore. Affermiamo l’apparenza esteriore di abitare il mondo decadente — come musicista rock, mezzano o persino politico — se questo protegge un distacco interiore e difende dall’astio del mondo. Non è il nostro modo di odiare il mondo materialistico decadente. Ora finalmente volgiamo il suo odio, che è, in fondo, l’astio diabolico del ribelle contro la Tradizione e l’Ordine divino, contro sé stesso.

Una vita al di fuori della modernità è impossibile oggigiorno, qui nel cuore della bestia, il mondo della “civilizzazione occidentale”. Fare un tentativo in qualunque luogo può solo significare l’attirarne gli assalti su sé, e la fetida marea moderna inonderebbe come l’esercito comunista in Tibet.

In considerazione di tutto ciò, resta il problema di favorire la realizzazione interiore di quelle energie tradizionali che sono ancora attive, e il primato assoluto dello Spirito sulla Materia.

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Da Algiza 13, p. 8.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Italiano, Teiwaz | | Ancora nessun commento.

Il racconto del Graal, aliâs il mistero delle origini

Non è molto logico commentare la Presentazione di un libro, tanto più se il volume altrove presentato da altri è il proprio. Ma vale la pena di fare un’eccezione per la premessa scritta dal dott. E. Albrile, redattore di codesta Rivista e nostro gentile patrocinatore presso questa ed altre pubblicazioni semestrali e non, ad un opuscolo del sottoscritto, attualmente in bozze presso un editore pugliese. Facciamo ciò, naturalmente, non allo scopo di farci pubblicità; benché ne avremmo sinceramente bisogno, trattandosi del nostro primo scritto di un certo formato, a parte il volume in corso di pubblicazione presso questo stesso editore.

 

L’Albrile è dell’opinione, sulla scorta del Rigbom e del Corbin, che la descrizione del Castello del Graal apparsa attorno al 1275 nel Der jüngerer Titurel di Albrecht von Scharffenberg sia stata occultamente influenzata da una conoscenza dell’architettura emblematica di un antico tempio iranico, il cd. ‘Trono degli Archi’ (Taxt-i Taqdis). Da ciò, oltreché da altre corrispondenze rilevabili nel Parzival di Wolfram von Eschenbach (scritto compilato fra il 1200 ed il 1210), è deducibile senz’ombra di dubbio un’influenza persiana nella misteriosofia graaliana. Tale influenza non può essere messa in dubbio e si può ritenere motivatamente che essa sia stata trasmessa da parte degli Assassini, i famosi Guardiani ismailiti della Terra Santa. Probabilmente attraverso i Templari, che raggiunsero Gerusalemme un ventennio dopo (1119) la conquista della Città Santa da parte della Prima Crociata (1099). Anche i Templari fungevano da Custodi del luogo sacro, con le medesime prerogative ed una gerarchia iniziatica approssimativamente parallela, nel versante cristiano. Orbene siamo del parere, non meno di un noto scrittore attuale, che anche le idee proprie dei Templari sul Tempio di Salomone e l’Arca dell’Alleanza abbiano influenzato notevolmente il simbolismo graaliano. Vediamo dunque in che maniera le due linee di azione s’intersechino nel raggiungere l’Occidente tardomedievale. Naturalmente qui si parla d’influenze, poiché è chiaro che la letteratura graalica rientra nell’esoterismo cristiano e come tale va intesa. Qualcuno in passato ha espresso però l’opinione che la tradizione celtica non sia finita con la cristianizzazione della Gallia, ma che abbia continuato a sopravvivere attraverso la copertura exoterica della Chiesa culdea (altri lo definisce ‘monachesimo kuldeo’). Ragion per cui ad un certo punto, allorché i tempi erano evidentemente maturi, si sarebbero prodotti un incontro ed una fusione a livello esoterico fra la tradizione cristiana e quella celtica. Ci si può chiedere quale fosse la confraternita cristiana coinvolta. A giudicare dalle citazioni di Wolfram, sembrerebbe che la parte intervenuta sia quella dei Templari.

 

Julius Evola, Il mistero del Graal Ripercorrendo la storia di codesto Ordine, dalla fondazione nel 1119 sotto l’egida di S. Bernardo (nipote di uno dei Nove Cavalieri fondatori e redattore quasi un decennio dopo della Regola loro imposta, dietro il riconoscimento ufficiale della Chiesa) sino alla distruzione del medesimo nel 1306 ad opera del Re di Francia (Filippo IV, altrimenti noto quale Filippo il Bello) e di Clemente V (un papa del periodo avignonese), si arriva a capire quale importante ruolo esso debba aver svolto in ambito esoterico nel corso dei due secoli circa nei quali ha potuto agire liberamente. A giudicare dalle accuse intentate all’Ordine del Tempio durante il processo che ha condannato al rogo i Templari, vale a dire il fatto di praticare culti osceni e venerare il Serpente sethiano , pare lecito affermare che si trattava di una confraternita di tipo gnostico. Ma in che modo è giunta la Gnosi in Europa nel Tardo Medioevo? Gli Gnostici, com’è risaputo, costituivano a loro dire i trasmettitori delle conoscenze segrete degli Apostoli; in altre parole, erano i veri conoscitori dei Misteri cristici.

 

Dopo la persecuzione perpetrata a loro danno in epoca tardoantica da parte della Chiesa dei primi secoli (II-IV sec.), le loro dottrine ed i loro riti potrebbero essere stati ripresi occultamente dai Catari, nonostante s’intraveda in costoro una certa influenza manichea. In un’interessante trasmissione televisiva di qualche tempo fa sono state mostrate visivamente in una cartina le tappe percorse dal movimento gnostico durante l’espansione dal Vicino Oriente in Europa. Le tappe considerate sarebbero state le seguenti: dalla Palestina alla Siria e da qui all’Armenia; indi, passando attraverso l’impero bizantino, esso si è trasferito nei Balcani ed in seguito in Bosnia, assumendo attorno al X sec. la denominazione di Bogomilismo. Alla metà del XII sec., sotto il nome di Catarismo, ha conquistato l’Italia Centro-settentrionale e la Francia Meridionale (Provenza, Linguadoca), diffondendosi anche nel resto della Francia ed in Renania. Sul piano pratico il radicalismo cataro propugnava un rigoroso ascetismo, condannando la pratica cattolica dei sacramenti e minando in tal maniera le basi religiose della società feudale. Pur tuttavia nella Francia Meridionale esso è riuscito a diffondersi presso l’aristocrazia. Il suddetto documentario supponeva inoltre che il movimento cataro abbia in tal modo stimolato la nascita della saga del Santo Graal. In particolare sarebbe stato il vate tedesco Wolfram a subire codesta influenza. Altri ha invece supposto che l’epica in questione sia servita a mobilitare la cavalleria del nord contro i Catari. Ma questa seconda tesi francamente non regge. Sta di fatto che è indiscutibile l’influenza dei Templari su von Eschenbach, e da dove hanno tratto i Templari il loro culto e la loro dottrina se non attraverso quelle propaggini della Gnosi che hanno raggiunto l’Europa all’inizio del X sec.? Una volta raggiunta l’Europa l’esoterismo cristiano deve essersi congiunto con certi depositi della tradizione latina serbati dalle associazioni dei mestieri (Collegia Fabrôrum), poiché si deve supporre che anch’essa non si sia estinta nel 391 dopo il proclama di Teodosio, il quale giungeva a vietare le pratiche pagane di culto.

 

Guénon, basandosi su uno scritto di H. Martin (storico francese), ha a suo tempo dichiarato indirettamente che in seguito alla distruzione dell’Ordine del Tempio la Cavalleria del Graal è divenuta la Massenia del San Graal, da cui sembra in parte discendere la stessa Massoneria moderna. I membri di tale confraternita chiamavansi i Templisti. Nel Titurel (1215-1220) di Wolfram, composto dal templare svevo precedentemente al Titurel recenziore del poeta bavarese Albrecht, è il personaggio stesso di Titurel a fondare il Tempio del Graal – nella Gallia Meridionale, ai confini con la Spagna – e la costruzione viene diretta secondo i dettami di Merlino; che è stato iniziato da Giuseppe d’Arimatea al piano del Tempio per antonomasia, vale a dire il Tempio di Salomone. L’opera di Albrecht pone invece il sacro edificio con la preziosa reliquia a Salvaterre in Spagna. Ed infine il Santo Vasello, al fine di essere sottratto alla profanazione da parte degli uomini ingiusti e corrotti del tempo, viene trasportato dagli Angeli agli estremi confini del mondo, in una località attigua al Paradiso Terrestre.

 

Franjo Terhart, I Templari guardiani del Santo Graal Ragion per cui, potremmo arguire da tutto ciò, i due fratelli della storia del Parzival di Von Eschenbach (il primogenito Feirefiz ed il secondo nato, appunto Parsifal medesimo) rappresentano in realtà due correnti esoteriche parallele ed ugualmente valide dell’ambiente tardomedievale. Il loro affratellamento spirituale si basava sull’origine comune delle dottrine alle quali i seguaci dell’una e dell’altra parte si ispiravano. È chiaro che alludiamo qui agli Assassini ed ai Templari, i quali fungevano entrambi da Guardiani della Terra Santa. La Terra Santa era un’immagine visibile del Centro del Mondo ossia del Paradiso Terrestre, che le antiche e recondite leggende situavano cosmograficamente al Polo Boreale. Ma la Terra Santa stessa aveva a sua volta un proprio centro ed era esattamente il colle ove era un tempo collocato il Tempio di Salomone. Non è certo un caso che i Templari abbiano stabilito la loro residenza nella Città Sacra, durante la loro permanenza ivi prima della riconquista di Gerusalemme da parte di Saladino nel 1187, nei pressi delle fondamenta di tale distrutto edificio. Il cuore del Tempio era stato in passato l’Arca dell’Alleanza (ebr. Tebah, palaaram. Tebuta / Tebota, et. Tabot), una specie di quadrilatero simbolico che rifacendosi emblematicamente all’Arca di Noè costituiva un simulacro terreno della Gerusalemme Celeste dalle Dodici Porte. Dodici come gli Apostoli di Gesù o le Tribù d’Israele. Tutte immagini terrene dello Zodiaco Celeste, come del resto i Dodici principali Cavalieri della Tavola Rotonda. Ciò spiega perché nel Parzival è scritto che il ‘pagano’ Flegetanis abbia contemplato il Graal in cielo.

 

Orbene, siccome il Graal era custodito secondo l’opera di Albrecht nella Terra del Prete Gianni , il Sacerdos-rex in cui il Tardo Medioevo ha incarnato il Sovrano Universale ossia il Cakravarti, per dirla con gli Indú, ecco che si spiega in tal modo il rapporto d’identità tra il Graal e l’Arca dell’Alleanza giustamente ipotizzato da Graham Hancock, che ha il solo torto di non aver mai letto Guénon. Infatti l’Arca dell’Alleanza, come c’insegna il brillante autore di best-seller mondiali, era stata trafugata dal Tempio di Salomone secondo il Kebra Nagast etiope ad opera di Menelik I, il figlio che il saggio israelita aveva avuto dalla Regina di Saba. È d’altronde innegabile che esista un certo rapporto fra il meticcio Feirefiz di Wolfram e cotal Menelik, così come fra la nera Regina Madre Belacane e la Regina di Saba. Dato che Gianni era il nome del figlio generato a Feirefiz da Repanse de Schoye, tutti i sovrani discesi da quella nobile famiglia avrebbero da allora in poi assunto il nome simbolico, in quanto custodi del Graal (cioè, mutatis mutandis, dell’Arca dell’Alleanza gelosamente custodita dai sovrani etiopi discesi dinasticamente da Menelik), di Prete Gianni. La cosa è apertamente suggerita da Von Scharffenberg, il quale non era che un mero discepolo di Von Eschenbach, come abbiamo già visto.

 

Giorgio Baietti, L'enigma di Rennes le Chateau. I Rosacroce e il tesoro perduto del Graal Nel contempo possiamo dichiarare che Parsifal, divenuto alla fine della saga graaliana il novello Re Sacro capace di avvicendarsi a Re Anfortas (il Re Pescatore, in altre parole l’Uomo in senso adamitico) dopo che per il proprio valore di puro cavaliere dedito alla ricerca della Verità ultima lo ha guarito dall’insanabile male (provocato dal Tempo corruttore), rappresenta una figura strettamente equivalente a quella di Feirefiz. Nel senso che il cavaliere cristiano incarna l’ideale gnostico dei Templari, mentre il cavaliere ‘pagano’ impersona l’ideale ismailita degli Assassini. Per cui non sarebbe errato stabilire parallelamente una connessione da un lato fra Re Anfortas ed il Gran Maestro dell’Ordine Templare, dall’altro fra il Prete Gianni ed il Veglio della Montagna. Se è vero allora che il Tempio del Graal risale tramite il Tempio di Salomone e l’Arca dell’Alleanza, venerata dai Patriarchi ebraici, al simbolismo noaico e quindi si rifà per ciò stesso alla tradizione atlantidea, è pur vero che esso per via delle sue implicazioni con l’esoterismo celtico ci rimanda viceversa alla tradizione iperborea. Egualmente l’antico tempio persiano di cui parlavasi al principio della nostra argomentazione (su segnalazione dell’Albrile) deve essere ricollegato per via ario-indoiranica alla Tradizione primigenia, proveniente direttamente dal Paradiso Terrestre; e per via islamica alla Città Santa, al Tempio di Salomone, all’Arca e all’Atlantide. Tra le due tradizioni menzionate non ci può essere dunque contraddizione, ma solo accordo armonico.

 

Appendice

 

Trattando dei rapporti del Graal coi Rosacroce, Evola cita un enigmatico personaggio come capo dell’Ordine, l’Imperâtor; il cui nome e la cui sede dovevano rimanere sconosciuti, in quanto il personaggio non esercitava la propria funzione in sede temporale, bensì sul piano spirituale. Basta dire che nell’elenco di Imperatôres succedutisi nel corso del tempo figurava persino la figura gnostica di Seth. Dal punto di vista rosicruciano il Papa non era che un usurpatore, siccome si presentava come il capo spirituale per eccellenza di tutta la comunità cristiana, cosa che normalmente non poteva spettare ad un’autorità che esercitava il suo dominio sul piano exoterico. È chiaro che l’Imperatore di cui parlavano i Rosacroce altri non è che il Jagadguru degli Smrti (Tradizione) hindu, venerato dagli Smârta, l’Ordine fondato da Çankaracârya. Si diceva infatti che egli avrebbe esercitato uno speciale ruolo alla ‘Fine dei Tempi’. Questo tuttavia non è altro che il compito del Re del Mondo, la cui funzione necessariamente si richiama al mistero delle origini, poiché essa non è molto diversa da quella del Re del Graal. La differenza tra l’una e l’altra consiste nel fatto che la figura del Re del Graal ha un carattere esclusivamente primordiale e costituisce per così dire un punto di riferimento ideale, a livello iniziatico; giacché il Re Sacro è in realtà solo un simulacro e rappresenta l’Uomo Universale (o alternativamente l’Uomo Vero) nella sua dimensione sovrannaturale; mentre la figura del Re del Mondo ha un significato perenne, che va al di là delle Età cicliche ed è strettamente legata ad una particolare vocazione umana. Insomma, rifacendoci a scopo comparativo al simbolismo hindu, potremmo spiegare tale differenza di ruolo paragonando il Re del Graal al I Avatâra; vale a dire a Manu aliâs il Re Pescatore, il quale è più o meno identificabile al Pesce Divino, a seconda che ci si riferisca al Paradiso Terrestre oppure a quello Celeste. Invece il Re del Mondo corrisponde all’Avatâra eterno, che la tradizione islamica conosce sotto il nome di Seyidnâ El-Khidr e tratteggia come un essere di color verde, detentore perpetuo di una sapienza superiore a quella stessa dei Profeti. Tornando alla questione della ‘Fine dei Tempi’, è chiaro che il magistero esercitato dal Re Mondo, ossia dall’Imperâtor di rosicruciana memoria, ha lo scopo di favorire il recupero dello stato primordiale; ma tale azione si svolge in segreto, non alla luce del sole, come invece è il caso del X Avatâra (denominato Kalkyâvatâra).

 

Luce del Graal Quest’ultimo, viceversa, si richiama direttamente a Manu; cioè al Re Pescatore, di cui è un’incarnazione (il termine evoca precisamente l’idea di una ‘Discesa terrena’) nei tempi ultimi. Kalki è presentato dalle Scritture hindu come una sorta di cavaliere che discende dal Cielo per sconfiggere i Fuori-casta, ma ciò non deve essere preso troppo letteralmente. Piuttosto dovremmo dire che egli giunge tra noi per rammentarci la nostra vera natura. Per questo l’azione di siffatto personaggio non può essere circoscritta all’ambiente indiano, ma deve evidentemente esercitarsi a livello universale. Il che sottintende la riunificazione di tutte le tradizioni e la loro subordinazione alla Rivelazione primeva. Cosmologicamente Kalki, figurativamente descritto con la Testa Equina o addirittura come un Cavallo Bianco , è identificabile all’asterismo di Canopo, che ha retto il Polo Sud nel X Ciclo Avatarico (4.480 a.C.-2000 d.C.); per contro il Jagadguru (lett. ‘Maestro del Mondo’), in termini ebraici il ‘Re del Mondo’, identificasi alla costellazione del Dragone, reggente nello stesso periodo indicato il Polo Nord. Ora, a ben vedere, nel 2000 c’è stato un passaggio di consegne ai due Poli; nel senso che a Nord l’Asse è passato dal dominio ciclico del Dragone a quello della Stella Polare ed a Sud, parimenti, al presidio di Canopo è subentrato quello della Croce del Sud. Dalla qual cosa dobbiamo dedurre che la svolta spirituale di cui si parlava più addietro c’è già stata in effetti, dal momento che secondo la cronologia tradizionale ci troviamo a vivere nell’Alba di una novella Età dell’Oro. Ed è stata una svolta tutta interiore, della quale purtroppo la maggior parte dei contemporanei non ha avuto ancora coscienza, tanto che non ha aggiornato il calendario. Ma, sebbene il freddo della notte appena trascorsa prevalga tuttora, il sorgere di un nuovo Sole – da Virgilio preconizzato in una famosa Ecloga come la nascita di un innocente Puer dai tratti apollinei – è ormai prossimo e non mancherà ben presto di produrre i suoi frutti.

 

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Tratto da Algiza 15, pp. 6-11. La presente versione è stata pubblicata priva delle note a pié di pagina.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Italiano, Medioevo | | Ancora nessun commento.

Algiza e la Runa

Con la costituzione del Centro Studi La Runa ci siamo posti traguardi ed obiettivi assai impegnativi, i quali in realtà, in fondo, proprio per questo ci paiono degni di essere perseguiti e per la cui realizzazione ci impegneremo. Con questo primo numero di Algiza, sul cui nome e significato si rimanda all’articolo successivo, abbiamo tentato, tra mille difficoltà e non meno critiche, di approfondire aspetti differenti del campo di interesse e di analisi del Centro Studi, che spaziano dal Tradizionale all’Immaginativo-Simbolico sino al Fantastico, delimitando con attenzione un terreno di confine che può sempre rivelarsi pericoloso qualora vi ci si addentri senza accortezza: quello dello scadimento dell’analisi e dello studio alle forme inferiori di letteratura da romanzetto, di “Best-seller” e di testi (quanti sono, in realtà!) che occupano spazio negli scaffali delle librerie a dispetto del loro livello che definire scadente è elogiare, e tantopiù – ed è qui il pericolo – di considerare alla stessa stregua testi e temi tra loro diversissimi, senza distinguere valore e significato di ogni cosa.

 

L’interesse per la Tradizione e per una visione del mondo e della vita basata sui valori spirituali e non su quelli materiali, per una concezione eroica del vivere in cui l’uomo si realizza quando comprende e “tocca con mano” la sua vera identità non deve scadere in un interesse disordinato per forme distanti ed assolutamente autonome: se in realtà il senso della Tradizione è univoco e risiede al di là delle apparenze e delle diverse contingenze, il pericolo di un improvvisato sincretismo è sempre presente e noi ci dovremo guardare bene dall’accomunare confusamente elementi dalle identità totalmente diverse.

 

Si tratterà, in realtà, di rispettare le identità; e ciò avviene quando ogni cosa è collocata al suo posto, in equilibrio rispetto ad ogni altra, nelle dimensioni dello spazio, del tempo e del significato, in una sorta di “gerarchia sottintesa” che rischia facili fraintendimenti. Per questo, non ci vergogneremo di guardare ambiziosamente molto in alto e di puntare a livelli che possono apparire fuori della nostra portata (e in realtà sono molto più in alto di noi, ma il loro essere in alto è dovuto al fatto che, nella loro altezza, sono polisemici, ossia hanno differenti gradi possibili di comprensione). Per fare un esempio concreto, sarà costantemente presente una terzina della Divina Commedia di Dante, che è certo testo fondamentale per la nostra cultura; e quei versi saranno lasciati soli, per ognuno e senza commenti, affinchè chiunque si approssimi, secondo le sue possibilità, al significato che riuscirà a intuire, ad una profondità diversa da chiunque altro. Come saranno presenti del resto, brani e commenti, testi e pensieri che nella loro diversità daranno immagini nitide, diverse, ciascuna delle quali potrà essere veicolo nella lettura a nuovi spazi e pensieri. Tutto ciò nella direzione di un sostanziale superamento delle barriere costituite dalla diversità, dalla provenienza e dal modo di pensare di ciascuno di noi.

 

Ciascuno di noi è invitato a scrivere, a proporre, a farsi sentire, come più riterrà opportuno: non saranno poste censure ad idee libere. Un sentito ringraziamento, senza fare nomi, va rivolto a coloro i quali hanno collaborato, in modi differenti, alla realizzazione della rivista.

 

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Pubblicato col titolo Il bollettino del Centro Studi La Runa in Algiza 1 (1995), p. 3.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Italiano | | Ancora nessun commento.

Genesi delle razze estinte

Capita di tanto in tanto che, trovandosi lontano dalle città, passeggiando tra i boschi o lungo le rive di un fiume, si possono sentire risate, sospiri, o suoni mai uditi altrove. Se colui che è in grado di udire queste “voci” accettasse i loro inviti, egli si ritroverebbe a percorrere dei sentieri nascosti che conducono in luoghi dove vivono, o meglio sopravvivono, esseri meravigliosi, ma a volte anche terribili, che il mondo moderno ha scartato e dimenticato in favore di un materialismo che ha reso l’uomo ostinatamente cieco ed insensibile.

 

Christian Filagrossi, Il libro delle creature fantastiche. Draghi, elfi, vampiri, sirene... un mondo di creature impossibili generato dalla fertile fantasia dell'uomo Primi tra questi esseri sono le fate. Spesso descritte come donne bellissime avvolte in veli splendenti, o come fanciulle minuscole con ali di farfalla, le fate sono comunque creature di natura magica considerate dolci ma terribili se infuriate. Una tradizione comune all’area alpina ma anche a quella ligure e padana vuole che esse influiscano sulla sorte degli uomini. Considerando infatti l’origine del nome fata scopriamo che esso deriva dal latino fatum, destino, ed era associato a tria fata, nome con cui venivano chiamate le Parche (o Moire), considerate dagli antichi greci e romani come divinità che decidevano il destino degli uomini. A tale divinità si affianca anche la figura delle tre Norne, che per i popoli nordici, abituati a trascorrere con dignità una vita segnata da controversie alle quali non potevano sottrarsi, avevano un significato simbolico analogo a quello delle suddette Parche. Più tardi, nelle leggende popolari e nelle fiabe, le fate vengono viste anche come ninfe abitatrici delle sorgenti, conoscitrici delle arti magiche e del futuro. Tuttavia, esse non devono essere confuse con le ondine, spiriti delle acque scelti da Odino stesso per custodire l’oro del Reno, le cui vicende sono narrate nella Saga dei Nibelunghi. Come gli spiriti delle acque, molti sono gli esseri divini o magici che i popoli antichi associavano ai fenomeni della natura. Il Caos primordiale veniva rappresentato dai giganti, simbolo degli elementi scatenati. La razza dei giganti trova nei canti dell’Edda della tradizione vichinga un’origine più remota di quella degli dèi di Asgard. Secondo questo testo, all’inizio dei tempi, nel vuoto primordiale esistevano soltanto due regni: a Nord il primo, Niflheim, o Nifehel, una regione nebbiosa e disabitata costituita da ghiacci e nevi perenni; il secondo, a Sud, si chiamava Muspell(heim) ed era un mondo di fuoco in cui risiedeva un’orda di demoni guidata da Surtr il Nero (anch’egli definito un gigante ma la cui origine non trova documentazione), il futuro nemico degli dèi. Dal cuore di Niflheim scaturirono dei fiumi che, allontanandosi dalla sorgente, allagarono il vuoto tra i due regni e si ghiacciarono. I ghiacci più vicini a Muspell si liquefarono per il calore dei venti caldi e le gocce disciolte diedero forma ad un essere antropomorfo di dimensioni colossali che ebbe nome Ymir, collegabile al sanscrito Yama, ermafrodita. Da solo infatti egli generò, dal sudore dei piedi, un figlio mostruoso dotato di sei teste, Thrudgelmir, e fu padre e madre della stirpe dei giganti dei ghiacci, Thursi della brina, detti più tardi Jötun, da cui Jötunheim, nome del reame da loro abitato. Esso fu costruito dopo l’uccisione del gigante Ymir da parte degli Asi e collocato a settentrione della terra, delimitato dagli oceani e da catene montuose, o “recinti”, costruiti con le sopracciglie di Ymir stesso. Jötunheim comprendeva anche la foresta di ferro, abitata dalle donne troll, le femmine dei giganti.

 

Nel folklore scandinavo si narra che i troll, creature paragonabili nell’aspetto deforme e malvagio ai Fomori delle leggende irlandesi, potessero agire soltanto di notte in quanto, qualora investiti dai raggi solari, si sarebbero trasformati in pietra. Un’allegoria che sta a dimostrare come le azioni dei malvagi vengano compiute quando la vita si addormenta e gli dèi distolgono il loro sguardo benevolo. Tuttavia, se nel folklore i troll vengono descritti come mostri malvagi, nei canti della tradizione eddica possiamo riscontrare come molte volte le femmine dei giganti siano così belle e dotate di magici poteri da fare innamorare gli dèi e imparentarsi con la loro schiatta. Questo avveniva anche secondo la mitologia greca (anch’essa rappresentante i giganti come creature discendenti dall’unione di due potenze contrastanti, il cielo e la terra, all’inizio dei tempi). Zeus, il padre degli dèi, ebbe infatti diverse mogli tra le titanesse e dall’unione con esse generò le Ore, le Moire, le Grazie e le nove Muse. Dal confronto di queste due tradizioni, quella greco-mediterranea e quella germanico-scandinava, emerge un punto comune: l’era dei giganti venne prima di quella degli dèi. “Ciò voleva forse significare che la violenza e il male sono forze esenziali e primitive dell’Universo, forze che ne esprimono l’essenza assai più e assai prima della saggezza operosa degli dèi buoni e degli uomini ripettosi del comando divino”. Ma se i giganti erano visti come simbolo del Caos e delle avversità, molte erano le creature e gli spiriti semidivini che, associati alle forze elementari, agivano in seno alla terra. Presso tutti i popoli del Nord era diffusa la credenza negli elfi, anche se le fonti eddiche non precisano la loro origine. Per certo si sa che alleati degli Asi erano i Ljosalfar, elfi della luce o elfi bianchi. Essi avevano fattezze umane ma erano molto più belli degli uomini: dal corpo aggraziato, dai capelli d’oro e d’argento e dagli occhi splendenti come le stelle, essi emanavano un chiarore che di notte riluceva quando scendevano sulla terra per danzare e cantare nei campi fioriti, nelle radure dei boschi o sulle colline, dove lasciavano orme in cerchio a testimoniare la loro presenza. Il loro regno era però Alfheim, situato nei cieli e legato alla terra da quel grande fiume che gli uomini hanno chiamato Via Lattea.

 

Maurizio Bettini, Luigi Spina, Il mito delle sirene. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi Secondo un poema eddico, Alfheim fu donato al dio Freyr, divinità della fertilità, dell’abbondanza e della luce solare, come regalo per il suo primo dente. E’ per questo motivo che gli uomini nelle campagne, intorno all’anno Mille, compivano sacrifici atti ad aggraziarsi la benevolenza degli elfi. Ad essi venivano infatti offerte le ultime spighe, gli ultimi frutti ed alcune manciate di lino, perchè col rinnovarsi dei cicli stagionali gli spiriti dei campi e dei boschi curassero la prosperità del regno vegetale. Questi culti insegnavano inoltre a guardare l’ambiente con un maggior rispetto: in Norvegia e in Danimarca, ad esempio, si esitava a tagliare i boschi in quanto esisteva la credenza che gli elfi e molti altri géni prendessero dimora nelle cavità degli alberi e che per far legna si dovesse chiedere il loro permesso. Se si trascuravano questi aspetti gli elfi potevano vendicarsi rapendo i bambini, facendo smarrire i viandanti o impazzire gli uomini. Più tardi, con la diffusione del cristianesimo, queste credenze furono esorcizzate riducendo l’immagine degli elfi a quella di caproni, cervi, lupi, maiali, o spiritelli malvagi che infastidiscono e procurano male agli uomini. Questa visione malvagia degli elfi ha quindi origini più recenti, tuttavia anche i popoli nordici volevano l’esistenza di una razza elfica votata al male, quella degli elfi scuri o Dökkalfar, simili all’inglese Dark elf. Provenienti dal regno sotterraneo di Svartalfheim, essi erano di carnagione scura quanto la pece e di natura gelosi, astuti, portatori di sventura e malattia. Nonostante le molte doti negative gli elfi neri erano abili orafi in grado di costruire oggetti magici di grande valore. E’ proprio per questa loro capacità, per la collocazione del loro reame e per la discendenza da Ymir che essi vennero equivocabilmente confusi con i nani. Questi infatti erano creature che vivevano nel sottosuolo dei monti, presso una dimora costituita da cunicoli e grandi aule, denominata Nidavellir. Come i Dökkalfar, essi nacquero in forma di vermi nelle carni putrescenti di Ymir, il gigante primordiale. Nonostante la bassa statura e le membra deformi, i nani rivestono un ruolo di considerevole importanza per l’universo vichingo. Dopo la creazione del mondo gli dèi pongono quattro nani a sostegno della volta celeste: Austri, Vestri, Nordri e Sudri, indicanti i punti cardinali. “I nani conoscevano così bene il segreto dei tesori della terra e del fuoco primordiale da aver saputo forgiare gli oggetti più preziosi degli dèi”. Essi infatti erano attratti dal fascino dell’oro, con il quale costruivano fulgidi gioielli e tesori di inestimabile valore. Talvolta questa loro cupidigia fu fonte di guai e discordie, come nel caso della Saga dei Nibelunghi. In alcuni casi, però, le leggende popolari vogliono che un nano di tanto in tanto si riveli a una persona di animo puro per condurla nei pressi di un ricco tesoro, esigendo che il beneficiato non rivelasse mai la provenienza delle proprie ricchezze, pena la perdita di tutto. In questo loro aspetto i nani ricordano gli gnomi della tradizione d’Irlanda, i quali esaudivano i desideri degli uomini con una pentola piena d’oro.

 

Se gli spiriti elementali erano quindi schivi e restii a farsi vedere dagli uomini, ve ne erano altri che avevano grande gioia nell’”occuparsi” di loro. Erano questi i folletti, esseri inconsistenti (il nome deriva dalla radice fol, soffio d’aria) che vivevano in seno alle famiglie. Essi stavano nascosti nelle case, osservavano le azioni di coloro che vi dimoravano e, giudicandoli dal comportamento, decidevano di amarli, anche se indirettamente, o perseguitarli con terribili dispetti. Molte sono le favole o i racconti a riguardo di questi due aspetti dei folletti, l’uno fastidioso e molesto, l’altro allegro e vivace. Per certo si sa che, se gli uomini erano presuntuosi, egoisti, o assumevano dei comportamenti negativi, le punizioni dei folletti arrivavano immediate: scherzi, talvolta anche pericolosi, dispetti e manifestazioni che facevano perdere il senno. Al contrario, se le persone erano buone, i folletti vivevano serenamente e talvolta decidevano di mostrarsi loro. Gli spiriti assumevano allora le forme più svariate, a seconda delle circostanze: un sasso, un animaletto, una fiammella, un oggetto, ma più spesso l’aspetto dei simpatici ometti era quello di simpatici ometti dall’aspetto grazioso che proteggevano la famiglia, i suoi animali, e sbrigavano i lavori domestici o quelli pesanti anche grazie all’aiuto dei loro poteri magici. In questo somigliavano anche alle divinità familiari degli antichi etruschi e sabini, divinità che, come molte altre, sono state combattute dalla religione moderna e sostituite con le figure dei suoi santi. Sono stati proprio questi culti imposti a far perdere all’uomo la capacità di percepire le presenze che ancora abitano l’ambiente che lo circonda. Esse sono ancora qui, tra noi, ad aspettare o forse a cercare colui che, conservando il vero senso della gioia, della sincerità e dell’umiltà, possa ancora una volta accoglierli nella dimora che più amano.

 

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Tratto da Algiza 4.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Celti, Fantastico, Italiano | | Ancora nessun commento.

Tradizione dei tempi ultimi

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta

(Dante, Pg. IX, 64-66)

 

E’ questa l’opera divoratrice del tempo.
E ciecamente l’iniquità dell’oblio sparge i suoi papaveri.

(G. De Santillana, Il mulino di Amleto, prefazione).

 

La Tradizione ci ha lasciato inestimabili vestigia, che ancora oggi riescono a ricollegare il presente al passato e a trasfondere conoscenza attraverso veri monumenti del sapere. Delle sette meraviglie del mondo solo le piramidi d’Egitto sono ancora visibili; le altre si sono perdute per azione della natura o dell’uomo.

 

La natura opera grandi cataclismi secondo le ere cosmiche, mentre l’usura del tempo per aggressione fisico-chimica lascia spesso possibilità di rilettura delle tracce residuali; l’uomo distrugge e perturba, non sempre consapevolmente, in forme improvvise e attive. La dispersione della Tradizione è invece un effetto passivo più lento e inesorabile, che si estende in forma pressoché inconsapevole.

 

L’antichità meno remota è stata prodiga di miracoli artistici e architettonici, la cui durabilità viene messa a dura prova dal deterioramento dell’ambiente operato dalle generazioni ultime. Anche la pietra più resistente viene aggredita e corrosa. Ma l’uomo tecnologico, dopo aver minato con l’inquinamento le vestigia ereditate, quali opere tramanderà?

 

Giorgio De Santillana, Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo. Edizione riveduta e ampliata Il vanto della tecnologia avanzata, l’ambizione sfrenata della scienza sperimentale e razionalista, l’abbondanza di risorse economiche e demografiche, delle quali forse non si ebbe mai pari, la fiducia nelle sorti progressive e nella perfettibilità illimitata potrebbero facilmente dar adito a illusioni sulle capacità di superare le barriere temporali più e meglio dei predecessori.

 

Infatti non si può tramandare che la Tradizione, che è, secondo Guénon (Considerazioni sulla via iniziatica) tutto quello che vale essere trasmesso e che veramente può esserlo. Ciò presuppone coscienza e conoscenza, volontà e tempo.

 

Il tempo appare la risorsa meno disponibile: il suo trascorrere viene misurato soprattutto dal tasso di interesse, accrescendo a dismisura in tutti i settori la brama della “velocità”, vero demone che ben si associa all’economia dell’utile immediato.

 

Infatti non si costruisce e non si progetta se non per una durata precisa e precalcolata oltre la quale il progettato non merita neppure una vita residua. La volontà viene così sviata dall’effimero e la capacità contemplativa perde ogni spazio vitale.

 

Resta, quindi, la sola possibilità della sopravvivenza di opere “involontarie”, senza alcun significato oltre quello strettamente strumentale e contingente, monumenti all’interesse e non al sapere.

 

A un secolo dalla sua invenzione, il cemento armato, materiale da costruzione composito innovativo, ha mostrato la sua disgregabilità agli agenti naturali, soprattutto per carbonatazione (veicolazione dei carbonati da parte dell’acqua), resa più attiva dall’ambiente che l’uomo stesso ha alterato. E’ così prevedibile che si salveranno le opere monolitiche più massicce, come alcune dighe. Le gallerie saranno più legate alle vicissitudini geologiche, essendo più sensibili all’azione naturale cui può sopperire solo una vigile manutenzione. La terra inghiotte prima o poi le cavità degli uomini, miniere o gallerie, più difficilmente quelle naturali.

 

Taluno potrebbe osservare che alcune chiese dei tempi nostri sono state edificate in cemento armato, la cui durabilità, affidata – come per le antiche cattedrali – alla cura dei fedeli, potrebbe divenire indefinita. E’ tuttavia penoso rispondere che l’architettura religiosa può essere intesa dai fedeli, ma nella scala del tempo esteso solo l’architettura sacra è universale e parla la lingua degli uccelli. L’informazione -in termini moderni- non si trasforma in segnale quando si sia perduto il codice. E se il codice è simbolico od analogico decade anche la rilevanza artistica. Basti l’esempio della localizzazione: dall’individuazione del luogo “sacro” alla semplice disponibilità di terreno edificatorio; dal mistero alla moneta, non più pellegrini nel viaggio iniziatico ma fedeli scettici raggiunti quasi a domicilio. L’architettura civile, nata per non durare, lascerebbe comunque in luogo delle grandi conurbazioni segni edilizî indifferenziati, da cui si distinguerebbero gli stadî e pochi altri edificî, senza possibilità di discernere gerarchie funzionali né, tantomeno, significati non transienti. Indicheranno vuoti tracciati stradali, in cui sarà difficile pensare che abbiamo passato tanto del così raro tempo disponibile, alla massima velocità possibile: per raggiungere quale meta? Riusciranno a comprendere che quella più ambita e frequente sia stata la località di vacanza del fine settimana?

 

Unico simbolo durevole di “potere” materiale: i caveaux delle banche, gli unici sancta sanctorum che potranno forse sopravvivere all’attacco del tempo, ma non alla violenza, protetti, come sono, dalla blindatura, ben effimera senza custodi, per chi abbia disponibilità di tempo. Pare il nostro l’unico caso di tanta attenzione alla casa del denaro. Ben più velate e celate delle nostre banche furono le tombe violate nei secoli. Come saranno apprezzate le “ricchezze” ivi contenute, sempre che vi siano state lasciate dall’ultimo guardiano?

 

Quelle attuali sono loculi fuori terra, meno durevoli delle case, mentre le inumazioni hanno durata ancora minore. Del resto quali tesori si potrebbero trovare nei sudarî di un’epoca senza Re?

 

Altra eccezione del “potere”, questa volta militare, è individuabile in alcune opere strategiche, concepite per resistere ad azioni che superano di gran lunga la prevedibile offesa naturale, testimoni dell’equilibrio basato sulla ritorsione e sul terrore nucleare. Ammesso che se ne possa menar vanto, anch’esse dimostrano un fine limitato e contingente e il loro significato non supera quello della loro funzione, strettamente legata alla loro epoca. Esse sono paragonabili alla grande muraglia cinese, di indubbio valore storico architettonico, ma senza magisterio spirituale metastorico. Mura mute invece di pietre che parlano. Pari destino avranno le pile e le spalle dei ponti, sopravissute alle violenze idrologiche: semplici testimonianze di localizzazioni di attività di trasporto, connesse con quell’incredibile estensione di tracciati stradali, non vie dell’Impero ma spazî per gitanti. Più labile ancora appare nei tempi lunghi il destino del materiale nato dal perfezionamento del cemento armato: il cemento armato precompresso.

 

Le macchine ed i metalli vivono quanto chi li accudisce, per divenire poi rottame, poco più nobile del rifiuto, con l’eccezione di alcuni materiali inossidabili, per l’esperienza corrente, ma impiegati su scala ridotta.

 

Gli stessi archivî attuali, cioé strutture destinate a conservare, usano supporti strettamente legati alla tecnologia del momento, senza la quale tutto diviene inservibile. Ma la tecnologia è caduca e mal si presta all’universalità; preferisce la peculiarità della specializzazione, che condanna all’obsolescenza rapida. Ciò rende perplessi sulla possibilità tecnologica di superare le discontinuità inevitabili della storia. E’ caduta nell’oblio la severa lezione del fuoco di Alessandria, cui generazioni di amanuensi non riuscirono che a porre faticoso ma parziale rimedio.

 

Quindi l’uomo d’oggi appare tanto ricco di risorse quanto povero di spiritualità da comunicare, pur avendo depredato e svuotato, specie in Occidente, l’eredità del passato senza riuscire a rinnovarla e a vivificarla.

 

Accettando la dizione attuale della progettazione “per obiettivi” possiamo dedurre che la Tradizione non è un obiettivo proponibile. Di per sè elitaria e poco diffusibile, quale democrazia vedrebbe il suo popolo concordarne le modalità di perpetuazione per sacrificare anche una modesta parte delle risorse disponibili? Essa – una, perenne e immutabile – viene intesa dai più come “tradizioni” nel senso etnografico di vecchi costumi e usanze, non sempre comprensibili, quasi una parodia folkloristica di una antica, profonda spiritualità, di cui non si accetta la responsabile eredità. Un DNA immateriale rischiosamente interrotto. Nulla da tramandare o nessuna struttura sociale in grado di svolgere la funzione più nobile, anche in forme non pienamente consapevoli? Eppure esperti di storia dell’economia mondiale come P. Baroch sostengono che “Tra una città ricca con sontuosi monumenti e una città povera senza monumenti di sorta, la differenza in termini di investimenti sarebbe ammontata a non più di pochi punti percentuali” (Cities and Economic Development. From the Dawn of History to the present, Chicago, 1988, p. 203). Gli economisti direbbero che quel tipo di intervento fungerebbe da moltiplicatore degli investimenti, con ricadute benefiche sull’intero sistema.

 

Non è certo problema attuale, quindi, quello delle risorse, in presenza di un PIL per abitante (e consumi conseguenti) senza possibilità di confronti con epoche conosciute; non lo fu però neppure per il ben più povero (economicamente) mondo dell’ecumene medievale, che ci lasciò le cattedrali gotiche, attraverso il lavoro corale di moltitudini di artigiani, artisti, muratori. Né lo fu per le sparute popolazioni “primitive” che disposero sapientemente menhir e dolmen né per gli Egizi, in grado di sostituire 100.000 uomini ogni tre mesi al lavoro delle piramidi (I. Verheyden, La rage d’expliquer la construction des pyramides d’Egypte, Kadath n. 27).

 

Il problema si direbbe, dunque, “politico” in quanto gli organi decisionali mancano di tali prospettive fuori dall’ordinarietà per una riallocazione delle risorse né sembra possibile in tempi storici mutare orientamenti che paiono profondamente radicati nell’incoscienza popolare ovvero nell’opinione pubblica. Essa non si accorge di avere tanta storia ma forse non altrettanto futuro, poco amore per il passato, che non sia di interesse archeologico, quanto rinuncia all’avvenire lontano. Chi non è chiaro-veggente non può essere lungi-mirante.

 

Dei tempi ultimi, incapaci di concepire messaggi universali da tramandare né, purtroppo, di sentirne addirittura una qualche interiore esigenza, resteranno, di certo, enormi accumuli di residui, rifiuti, di cui neppure il tempo riuscirà a liberare il futuro. Saremo ricordati solo per quelli?

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Italiano | | Ancora nessun commento.