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Achille e Cuchulainn, separati alla nascita

Bernard Sergent, Celti e greci. Il libro degli eroi Quando George Dumézil cominciò i suoi studi sulla civiltà indoeuropea, i tanti rilievi fatti dai critici davano l’impressione che lo studioso francese si fosse avventurato in una zona incerta, al limitare della temerarietà. A poco a poco, però, una lunga schiera di specialisti dei diversi campi di questa disciplina accettò i risultati delle sue ricerche e la sua opera uscì dall’emarginazione nella quale, inizialmente, il mondo accademico sembrava volerlo confinare. Fra i numerosi meriti che Dumézil può vantare c’è anche quello di aver formato un folto gruppo di studiosi che con autorevolezza ne continuano le analisi e, molto spesso, gli indirizzi di ricerca.

 

Fra questi, Bernard Sergent è probabilmente il meno classificabile sotto etichette precostituite, con le sue molteplici specializzazioni che toccano la storia e l’archeologia, l’antropologia biologica e la mitologia. È senza dubbio uno degli studiosi più promettenti fra quanti ne ha annoverati la “scuola duméziliana”. Autore di una grosso saggio d’insieme sugli Indoeuropei, nel quale ha studiato tutto il materiale emerso negli ultimi cento anni con una minuziosità che farebbe arrossire un filologo di scuola antica, ha poi proseguito le sue indagini soffermandosi in alcuni ambiti specifici di questa vastissima disciplina: la genesi dell’India prima, il rapporto fra omosessualità e mondo divino poi e, infine, quello fra l’omosessualità e le iniziazioni.

 

Nuccio D'Anna, Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell'antica Grecia Sufficientemente ferrato per affrontare con un metodo comparativista materiali di difficile comprensione, Bernard Sergent ha poi osato affrontare una materia che nessun indoeuropeista aveva mai toccato in modo sistematico, quella concernente i rapporti fra la mitologia greca e celtica. Nasce così il testo di Celti e Greci. Il libro degli Eroi, che ora le Edizioni Mediterranee di Roma propongono all’attenzione degli studiosi italiani nella prestigiosa collana “Orizzonti dello Spirito”.

 

Preceduto da una introduzione del professor Enrico Montanari dell’Università “La Sapienza” di Roma, il libro è diviso in tre parti che studiano particolari contesti mitologici.

 

Ad una prima occhiata sembrerebbe davvero difficile accostare personaggi secondari della mitologia ellenica come Cefalo al quasi totalmente sconosciuto eroe celtico Celtchar. La stessa cosa può essere detta per il rapporto stabilito da Bernard Sergent fra Bellerofonte e il più conosciuto Cuchulainn, l’eroe di una innumerevole quantità di scenari guerrieri dell’antica Irlanda. L’analisi di questi Eroi è attenta, serrata, ma la nebbia che avvolge molta parte del loro dossier mitologico non permette conclusioni certe, nonostante la continua attenzione nell’individuare gli elementi fondamentali che delimitano la “personalità” di questi protagonisti di un mondo non sempre di facilissimo approccio.

 

Bernard Sergent, Les trois fonctions indo-européennes en Grèce ancienne. Tome 1: De Mycènes aux Tragiques Più complessa la comparazione fra il celeberrimo eroe ellenico Achille, con l’altrettanto famoso Cuchulainn, l’eroe celtico che molto spesso è conosciuto solo per le sue colossali bevute.

 

Bernard Sergent procede per gradi. La sua lunga analisi comincia comparando la nascita dei due eroi e la loro educazione. Elementi essenziali del profilo delle rispettive madri e persino degli educatori sfuggono ad una realtà “umana” e si collocano, invece, all’interno di un contesto mitologico nel quale acquistano rilievo forme di iniziazione che trasformano il giovane in un possente guerriero. Tale sua qualità consente all’Eroe persino di operare ai limiti dell’ordine sociale della propria civiltà e di costituire, spesso, un elemento di perturbazione. Una serie di tratti comuni avvicina i due Eroi: la giovinezza, il fatto che ad un certo punto della loro vita assumano tratti da fanciulla, la loro bellezza quasi femminea, la sostanziale brevità della loro vita, il colore rosso che sembrano prediligere, la potenza del loro grido di guerra, la regalità che li pone al di sopra di tutti gli uomini.

 

Bernard Sergent, Les Indo-Européens Si passa poi al contesto nel quale Achille e Cuchulainn vivono, le armi che prediligono: la lancia e lo scudo; gli animali che li aiutano nelle loro imprese guerriere: i cavalli e il cane. Infine il tipo di azione guerriera che li ha resi unici: la quantità dei nemici uccisi, i massacri, le stesse forme di uccisione, le decapitazioni. Un particolare rilievo può avere la triplice classificazione degli avversari affrontati, che rimanda a rituali guerrieri nei quali aveva un ruolo fondamentale un mostro tricefalo. È ancora in tale contesto rituale che acquistano importanza i cenni alla circumambulazione del campo di battaglia, oppure l’abitudine ad un combattimento solitario, oppure quello contro le potenze ctonie sui quali insistono alcuni scenari mitologici.

 

Achille e Cuchulainn sono Eroi che rappresentano un mondo culturale particolare, personificano categorie mentali trasposte nel mito e spesso simbolizzano importanti forme rituali non più praticate in epoca storica. Ci troviamo di fronte ad una forma di civiltà guerriera non confinabile nei canoni del normale combattente, ma che travalica in una realtà iniziatica della quale in età storica si è persa ogni cognizione. La stessa morte dei due protagonisti mostra somiglianze stupefacenti se si tengono presenti i contesti sacrali nei quali gli Eroi operano. Achille è ucciso da Paride, un protetto del dio Apollo, mentre la morte di Cuchulainn viene prodotta dall’intervento del celtico Lug, il dio che è spesso accostato per le sue similitudini proprio all’Apollo ellenico.

 

Franco Rendich, Origine delle lingue indoeuropee. struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino L’indagine di Bernard Sergent è serrata e non lascia spazio a critiche provenienti dai classicisti, non abituati a comparare materiali così difficili ma ricchi di prospettive. Dalle sue ricerche emerge un nuovo modo di accostarsi al mondo greco. La superstizione, che faceva della civiltà ellenica una specie di miracolo irripetibile, crolla di fronte a tutta una serie di studi che mostrano come la mitologia ellenica scaturisca dallo stesso retroterra culturale e rituale che ha dato vita alla civiltà dell’India e della Scandinavia, della Celtide e di Roma.

 

Studi come questo possono stimolare a trovare spazi nuovi di ricerca e ad esplorarli fino in fondo.

 

* * *

 

Tratto da Area di aprile 2006.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Celti, Indoeuropei, Italiano, Religione | | Ancora nessun commento.

An Comunn Mòr. Traditional Irish Music

I Celti. Una civiltà europea Il gruppo è nato come trio a Genova nel 1991 con il nome Mag Mór. Nel corso degli anni si è evoluto ed ha cambiato alcuni elementi fino a quando nel ’99 ha raggiunto l’attuale formazione con il nome di “An Comunn Mòr”, che in gaelico significa “grande comunità”, termine scelto dal gruppo per rispecchiare il senso di comunione tipico tra i musicisti nella musica celtica.

 

Antonio Vivaldi, Folk inglese e musica celtica La caratteristica principale del gruppo è sempre stata quella di proporre e ricercare nell’ambito della musica tradizionale sia irlandese che scozzese, la matrice popolare, reinterpretandola in modo personale anche con l’inserimento di brani originali. Il gruppo ha sempre avuto cura di proporre, con il proprio repertorio, tutta la diversità di ritmi delle danze di Scozia e Irlanda, Bretagna e Galizia.

 

I Comunn Mòr hanno preso parte a numerosi festival di musica irlandese in Liguria, Piemonte, Val d’Aosta, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e si sono esibiti nei principali locali musicali di Genova e della Riviera ligure. Nel 2000 e nel 2003 partecipano con un brano alla compilation n. 2 e n. 27 di Celtica, distribuita a livello nazionale dalle Edizioni Trentini. Nel 2003 lavorano in studio al loro primo CD dal titolo “Mag Mór” dove partecipano tutti i musicisti che hanno collaborato nel corso degli anni al gruppo, lavoro che esce nell’aprile 2004 per l’etichetta Ethnoworld, distribuzione europea.

 

Comunn Mor Edmondo Romano tin whistle – low whistle – cornamusa

 

Polistrumentista, nel 1985 ha fondato il gruppo progressive-sperimentale Eris Pluvia con il quale nel ‘90 incide Rings of eartly light per l’etichetta francese Musea, seguito da numerosi concerti in Italia e in Francia. Nel 1992, abbandonata la formazione, ha creato il progetto acustico The Ancient Veil. Nel 1993 fonda il gruppo tutt’ora attivo di musica etnica Avarta con il quale ha realizzato diverse colonne sonore e CD ed intrapreso molti concerti in Europa rappresentando l’Italia della cultura (“Terre” nel 1998; “Cocci di mare” nel 1999 per la rivista World Music; “Avarta” nel 2004 per l’etichetta Inmoslight). Alla fine del 1995 ha realizzato il CD Ancient Veil ed ha partecipato a numerose registrazioni per l’etichetta Mellow Records. Agli inizi del 1996 ha fondato il gruppo di musica irlandese Singing Pub con cui ha svolto un’intensa attività concertistica; nel 1997 si è unito alla formazione Charta de Mar con cui ha realizzato il CD “Il gioco dell’angelo” per Il Manifesto. Nel mese di giugno è entrato a far parte del gruppo di musica tradizionale piemontese Le Vijà, guidato da Maurizio Martinotti e nel 1999 partecipa al CD “Stria” di Filippo Gambetta pubblicato dall’etichetta Felmay. Nel 2001 entra a far parte dell’Orchestra Bailam, formazione yiddish che nello stesso anno incide “Bailamme” per la rivista World Music. Attualmente milita in diverse formazioni: Bandabandiani, Vittorio de Scalzi, Armando Corsi, Federico Sirianni & Molotov Orchestra, ha lavorato per molti spettacoli teatrali con il Teatro della Tosse ed ha registrato decine di dischi tra cui quello di Mario Arcari, Giampiero Alloisio, Tony Esposito, numerose colonne sonore per cinema e TV con Pivio e Aldo De Scalzi.

 

Filippo Gambetta organetti

 

Inizia lo studio dello strumento a 13 anni sotto la guida di Riccardo Tesi. Si è esibito per tre anni con il gruppo La Rionda con il quale ha preso parte ad importanti rassegne europee. Ha collaborato con Max Manfredi, con il gruppo Echo Art, l’Orchestra Regionale Ligure di Strumenti a Plettro diretta dal maestro Carlo Aonzo, con il violinista canadese Oliver Schroer e la statunitense Sandra Wong, suonatrice di nychelharpa, con Vincenzo Caglioti e Remy Boniface in trio di organetti e con il padre Beppe Gambetta in numerose tournèe. Nel 2000 realizza il cd Stria e nel 2003 il cd Pria Goaea, entrambi per l’etichetta Felmay. Nel 2001 rappresenta l’ Italia al meeting Folk Alliance di Vancouver, vince il primo premio del Green Age Festival e il secondo premio del contest di Kaustinen in Finlandia. Ha suonato in diversi cd: Italian Cats (Red Wine), Serenata (Beppe Gambetta e Carlo Aonzo), A million stars (Oliver Schroer), L’intagliatore di santi (Max Manfredi). In trio con Claudio de Angeli e Riccardo Barbera, proponendo composizioni proprie, si è esibito in numerosi festival folk tra cui: Edmonton folk festival, Festival d’Eté, Calgary folk festival, Vancouver folk festival, Festival Vancouver, Winnipeg folk music festival, Biberach Musikfruhlings, Roots and blues festival. Ha composto musica per il Teatro della Tosse (Noi che sempre navighiamo) ed il Teatro Modena (Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo) di Genova.

 

Noirin Ni Riain, Anima celtica. Canti mistici dell'Irlanda. Con CD Audio Claudio De Angeli chitarra acustica

 

A diciassette anni prende le prime lezioni da Bambi Fossati. Con il Maestro Paolillo approfondisce gli standard jazz ed abbraccia la musica acustica studiando con Beppe Gambetta. Comincia a suonare con musicisti di genere blue grass e studia la tecnica fingerpicking. Frequenta la scuola di musica diretta dal Maestro Armando Corsi, dedicandosi anche allo studio della chitarra elettrica. Nel 1988 suona presso la band di rock’n'roll Small Town. Fonda il gruppo Sonora. Attualmente è anche impegnato con Filippo Gambetta, con il quale ha partecipato all’incisione di due album per l’etichetta Felmay (Stria nel 2000 e Pria Goaea nel 2002) e si è esibito in diversi festival in Canada, Germania, Finlandia, tra cui Lithos, Edmonton folk festival, Festival d’Eté, Calgary folk festival, Vancouver folk festival, festival Vancouver, Winnipeg folk music festival, Passaggi di Confine, Biberach musikfruhlings, Roots and blues festival, ArtisticaMente.

 

Alessandro Bersezio bodhrán – spoons – bones

 

Da otto anni è impegnato nello studio della musica celtica tradizionale, che ha approfondito con metodo nei suoi viaggi in Irlanda. Ha accompagnato al bodhran diversi gruppi in Italia, suona anche le tradizionali ossa (bones) e i cucchiai (spoons), strumenti prettamente irlandesi. Apprezzato strumentista, ha avuto l’onore di suonare con il percussionista dei Flook, John Joe Kelly (considerato uno dei più bravi bodhran player al mondo). Seguendo l’ispirazione trovata con la musica irlandese, nell’aprile 2002 pubblica un libro dal titolo Luna Celtica, Edizioni Liberodiscrivere; sempre in ambito letterario si è classificato tra i finalisti del 9° Festival Internazionale di Poesia Genova 2003 patrocinato dal Comune di Genova e GENOVA 04 con la poesia dal titolo Gan Ainm inserita tra l’altro nel libro La Città dei Poeti II Edizione, Ed. Liberodiscrivere.

 

Performances di rilievo:

 

• Irlanda in festa, Palasport di Genova, 1995;
• Partecipazione a servizi televisivi della RAI (1996/1997);
• Fleadh di San Patrizio, Expo, Genova 1997;
• Festival Celtico d’Aosta, 1997;
• Festival Guinness, Milano, 1998;
• Festival di musica celtica Nei Castelli, Campo Ligure, 1998;
• Etnia Immaginaria, Spotorno, 1999;
• 1°,2°,3° Festival Folk Ligure-Piemontese dal 2000 al 2002;
• Lesiona Estate Rassegna musicale Ratataplan 15 e 24 luglio 2000;
• Musica a Voltaggio, luglio 2000;
• 3° Festival del folk celtico, Ass. Cult. L’Alpe Lunata dal 7 al 13 agosto 2000 Selva di Serramazzoni (Mo);
• Apertura del concerto dei Modena City Ramblers al Palalido di Milano nella rassegna del Festival di St.Patrizio, marzo 2001;
• Comune di Osio Sotto, Rassegna Musicale di primavera 2° edizione MUZIKA, 21/04/2001;
• Espaceloisirs-Lapalud-Rhemes St.Georges; 16 luglio 2001, Aperturtura del Teatro “Remo Pellissier”;
• Concerti nei pub di Lugano (Svizzera) 2001;
• Associazione Culturale Sondalo, Il Cerchio Celtico, Capodanno Celtico 31/10/2001;
• Dinner Music Al San Francesco- Orvieto, febbraio-marzo 2002-04-20;
• St. Patrick Day, Teatro Saschall di Firenze (in cartellone con Modena City Ramblers, Strawbs, Sharon Shannon) 16/03/2002;
• Festival Celtico di Ferragosto, Tiglieto (Genova) 2002, con Leo MacCann & Chris Driver;
• Artistrada, 9° Edizione del Festival Internazionale Artisti di strada, Colmurano (Macerata), 2/7/’03;
• Creative Music Parade, Manifestazione organizzata dal Centro Studi Musicali “Stan Kenton”, Sanremo (Imperia), agosto 2003;
• Notti celtiche, comune di Perinaldo, 2 – 3 agosto 2003;
• 2° Harvest Home Festival, San Cesareo (Roma), 18-19-20-21 settembre 2003.

 

Contatti:

 

Edmondo Romano – Viale Calasanzio 18 – 16152 Genova – cell. 347.9020430 – tel. 010.6018492 e-mail: edmondo.romano@fastwebnet.it
Filippo Gambetta – Via Canneto il lungo 9/6° – 16123 Genova – cell. 339.7836796 – tel. 010.256520 e-mail: cinqueottavi@hotmail.com

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Celti, Italiano | | Ancora nessun commento.

Genesi delle razze estinte

Capita di tanto in tanto che, trovandosi lontano dalle città, passeggiando tra i boschi o lungo le rive di un fiume, si possono sentire risate, sospiri, o suoni mai uditi altrove. Se colui che è in grado di udire queste “voci” accettasse i loro inviti, egli si ritroverebbe a percorrere dei sentieri nascosti che conducono in luoghi dove vivono, o meglio sopravvivono, esseri meravigliosi, ma a volte anche terribili, che il mondo moderno ha scartato e dimenticato in favore di un materialismo che ha reso l’uomo ostinatamente cieco ed insensibile.

 

Christian Filagrossi, Il libro delle creature fantastiche. Draghi, elfi, vampiri, sirene... un mondo di creature impossibili generato dalla fertile fantasia dell'uomo Primi tra questi esseri sono le fate. Spesso descritte come donne bellissime avvolte in veli splendenti, o come fanciulle minuscole con ali di farfalla, le fate sono comunque creature di natura magica considerate dolci ma terribili se infuriate. Una tradizione comune all’area alpina ma anche a quella ligure e padana vuole che esse influiscano sulla sorte degli uomini. Considerando infatti l’origine del nome fata scopriamo che esso deriva dal latino fatum, destino, ed era associato a tria fata, nome con cui venivano chiamate le Parche (o Moire), considerate dagli antichi greci e romani come divinità che decidevano il destino degli uomini. A tale divinità si affianca anche la figura delle tre Norne, che per i popoli nordici, abituati a trascorrere con dignità una vita segnata da controversie alle quali non potevano sottrarsi, avevano un significato simbolico analogo a quello delle suddette Parche. Più tardi, nelle leggende popolari e nelle fiabe, le fate vengono viste anche come ninfe abitatrici delle sorgenti, conoscitrici delle arti magiche e del futuro. Tuttavia, esse non devono essere confuse con le ondine, spiriti delle acque scelti da Odino stesso per custodire l’oro del Reno, le cui vicende sono narrate nella Saga dei Nibelunghi. Come gli spiriti delle acque, molti sono gli esseri divini o magici che i popoli antichi associavano ai fenomeni della natura. Il Caos primordiale veniva rappresentato dai giganti, simbolo degli elementi scatenati. La razza dei giganti trova nei canti dell’Edda della tradizione vichinga un’origine più remota di quella degli dèi di Asgard. Secondo questo testo, all’inizio dei tempi, nel vuoto primordiale esistevano soltanto due regni: a Nord il primo, Niflheim, o Nifehel, una regione nebbiosa e disabitata costituita da ghiacci e nevi perenni; il secondo, a Sud, si chiamava Muspell(heim) ed era un mondo di fuoco in cui risiedeva un’orda di demoni guidata da Surtr il Nero (anch’egli definito un gigante ma la cui origine non trova documentazione), il futuro nemico degli dèi. Dal cuore di Niflheim scaturirono dei fiumi che, allontanandosi dalla sorgente, allagarono il vuoto tra i due regni e si ghiacciarono. I ghiacci più vicini a Muspell si liquefarono per il calore dei venti caldi e le gocce disciolte diedero forma ad un essere antropomorfo di dimensioni colossali che ebbe nome Ymir, collegabile al sanscrito Yama, ermafrodita. Da solo infatti egli generò, dal sudore dei piedi, un figlio mostruoso dotato di sei teste, Thrudgelmir, e fu padre e madre della stirpe dei giganti dei ghiacci, Thursi della brina, detti più tardi Jötun, da cui Jötunheim, nome del reame da loro abitato. Esso fu costruito dopo l’uccisione del gigante Ymir da parte degli Asi e collocato a settentrione della terra, delimitato dagli oceani e da catene montuose, o “recinti”, costruiti con le sopracciglie di Ymir stesso. Jötunheim comprendeva anche la foresta di ferro, abitata dalle donne troll, le femmine dei giganti.

 

Nel folklore scandinavo si narra che i troll, creature paragonabili nell’aspetto deforme e malvagio ai Fomori delle leggende irlandesi, potessero agire soltanto di notte in quanto, qualora investiti dai raggi solari, si sarebbero trasformati in pietra. Un’allegoria che sta a dimostrare come le azioni dei malvagi vengano compiute quando la vita si addormenta e gli dèi distolgono il loro sguardo benevolo. Tuttavia, se nel folklore i troll vengono descritti come mostri malvagi, nei canti della tradizione eddica possiamo riscontrare come molte volte le femmine dei giganti siano così belle e dotate di magici poteri da fare innamorare gli dèi e imparentarsi con la loro schiatta. Questo avveniva anche secondo la mitologia greca (anch’essa rappresentante i giganti come creature discendenti dall’unione di due potenze contrastanti, il cielo e la terra, all’inizio dei tempi). Zeus, il padre degli dèi, ebbe infatti diverse mogli tra le titanesse e dall’unione con esse generò le Ore, le Moire, le Grazie e le nove Muse. Dal confronto di queste due tradizioni, quella greco-mediterranea e quella germanico-scandinava, emerge un punto comune: l’era dei giganti venne prima di quella degli dèi. “Ciò voleva forse significare che la violenza e il male sono forze esenziali e primitive dell’Universo, forze che ne esprimono l’essenza assai più e assai prima della saggezza operosa degli dèi buoni e degli uomini ripettosi del comando divino”. Ma se i giganti erano visti come simbolo del Caos e delle avversità, molte erano le creature e gli spiriti semidivini che, associati alle forze elementari, agivano in seno alla terra. Presso tutti i popoli del Nord era diffusa la credenza negli elfi, anche se le fonti eddiche non precisano la loro origine. Per certo si sa che alleati degli Asi erano i Ljosalfar, elfi della luce o elfi bianchi. Essi avevano fattezze umane ma erano molto più belli degli uomini: dal corpo aggraziato, dai capelli d’oro e d’argento e dagli occhi splendenti come le stelle, essi emanavano un chiarore che di notte riluceva quando scendevano sulla terra per danzare e cantare nei campi fioriti, nelle radure dei boschi o sulle colline, dove lasciavano orme in cerchio a testimoniare la loro presenza. Il loro regno era però Alfheim, situato nei cieli e legato alla terra da quel grande fiume che gli uomini hanno chiamato Via Lattea.

 

Maurizio Bettini, Luigi Spina, Il mito delle sirene. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi Secondo un poema eddico, Alfheim fu donato al dio Freyr, divinità della fertilità, dell’abbondanza e della luce solare, come regalo per il suo primo dente. E’ per questo motivo che gli uomini nelle campagne, intorno all’anno Mille, compivano sacrifici atti ad aggraziarsi la benevolenza degli elfi. Ad essi venivano infatti offerte le ultime spighe, gli ultimi frutti ed alcune manciate di lino, perchè col rinnovarsi dei cicli stagionali gli spiriti dei campi e dei boschi curassero la prosperità del regno vegetale. Questi culti insegnavano inoltre a guardare l’ambiente con un maggior rispetto: in Norvegia e in Danimarca, ad esempio, si esitava a tagliare i boschi in quanto esisteva la credenza che gli elfi e molti altri géni prendessero dimora nelle cavità degli alberi e che per far legna si dovesse chiedere il loro permesso. Se si trascuravano questi aspetti gli elfi potevano vendicarsi rapendo i bambini, facendo smarrire i viandanti o impazzire gli uomini. Più tardi, con la diffusione del cristianesimo, queste credenze furono esorcizzate riducendo l’immagine degli elfi a quella di caproni, cervi, lupi, maiali, o spiritelli malvagi che infastidiscono e procurano male agli uomini. Questa visione malvagia degli elfi ha quindi origini più recenti, tuttavia anche i popoli nordici volevano l’esistenza di una razza elfica votata al male, quella degli elfi scuri o Dökkalfar, simili all’inglese Dark elf. Provenienti dal regno sotterraneo di Svartalfheim, essi erano di carnagione scura quanto la pece e di natura gelosi, astuti, portatori di sventura e malattia. Nonostante le molte doti negative gli elfi neri erano abili orafi in grado di costruire oggetti magici di grande valore. E’ proprio per questa loro capacità, per la collocazione del loro reame e per la discendenza da Ymir che essi vennero equivocabilmente confusi con i nani. Questi infatti erano creature che vivevano nel sottosuolo dei monti, presso una dimora costituita da cunicoli e grandi aule, denominata Nidavellir. Come i Dökkalfar, essi nacquero in forma di vermi nelle carni putrescenti di Ymir, il gigante primordiale. Nonostante la bassa statura e le membra deformi, i nani rivestono un ruolo di considerevole importanza per l’universo vichingo. Dopo la creazione del mondo gli dèi pongono quattro nani a sostegno della volta celeste: Austri, Vestri, Nordri e Sudri, indicanti i punti cardinali. “I nani conoscevano così bene il segreto dei tesori della terra e del fuoco primordiale da aver saputo forgiare gli oggetti più preziosi degli dèi”. Essi infatti erano attratti dal fascino dell’oro, con il quale costruivano fulgidi gioielli e tesori di inestimabile valore. Talvolta questa loro cupidigia fu fonte di guai e discordie, come nel caso della Saga dei Nibelunghi. In alcuni casi, però, le leggende popolari vogliono che un nano di tanto in tanto si riveli a una persona di animo puro per condurla nei pressi di un ricco tesoro, esigendo che il beneficiato non rivelasse mai la provenienza delle proprie ricchezze, pena la perdita di tutto. In questo loro aspetto i nani ricordano gli gnomi della tradizione d’Irlanda, i quali esaudivano i desideri degli uomini con una pentola piena d’oro.

 

Se gli spiriti elementali erano quindi schivi e restii a farsi vedere dagli uomini, ve ne erano altri che avevano grande gioia nell’”occuparsi” di loro. Erano questi i folletti, esseri inconsistenti (il nome deriva dalla radice fol, soffio d’aria) che vivevano in seno alle famiglie. Essi stavano nascosti nelle case, osservavano le azioni di coloro che vi dimoravano e, giudicandoli dal comportamento, decidevano di amarli, anche se indirettamente, o perseguitarli con terribili dispetti. Molte sono le favole o i racconti a riguardo di questi due aspetti dei folletti, l’uno fastidioso e molesto, l’altro allegro e vivace. Per certo si sa che, se gli uomini erano presuntuosi, egoisti, o assumevano dei comportamenti negativi, le punizioni dei folletti arrivavano immediate: scherzi, talvolta anche pericolosi, dispetti e manifestazioni che facevano perdere il senno. Al contrario, se le persone erano buone, i folletti vivevano serenamente e talvolta decidevano di mostrarsi loro. Gli spiriti assumevano allora le forme più svariate, a seconda delle circostanze: un sasso, un animaletto, una fiammella, un oggetto, ma più spesso l’aspetto dei simpatici ometti era quello di simpatici ometti dall’aspetto grazioso che proteggevano la famiglia, i suoi animali, e sbrigavano i lavori domestici o quelli pesanti anche grazie all’aiuto dei loro poteri magici. In questo somigliavano anche alle divinità familiari degli antichi etruschi e sabini, divinità che, come molte altre, sono state combattute dalla religione moderna e sostituite con le figure dei suoi santi. Sono stati proprio questi culti imposti a far perdere all’uomo la capacità di percepire le presenze che ancora abitano l’ambiente che lo circonda. Esse sono ancora qui, tra noi, ad aspettare o forse a cercare colui che, conservando il vero senso della gioia, della sincerità e dell’umiltà, possa ancora una volta accoglierli nella dimora che più amano.

 

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Tratto da Algiza 4.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Algiza, Celti, Fantastico, Italiano | | Ancora nessun commento.

Alanus, il primo europeo

Nennio, Historia brittonum. La storia di re Artù e dei britanni La Historia Brittonum di Nennio è nota presso gli appassionati di mitologia ed epica medievale soprattutto perché è il primo documento a nominare Artù [Arthur ... dux bellorum][HB 56]. Eppure questo importante testo latino, compilato in Britannia nel IX secolo, contiene molte altre preziose tradizioni mitologiche che finiscono invariabilmente per essere trascurate, mentre Artù accentra su di sé tutta l’attenzione degli studiosi e degli appassionati. Ma al contrario, una lettura attenta di Nennio può rivelare perle di straordinario interesse, come la tradizione su Alanus, «il primo uomo della stirpe di Iafeth a giungere in Europa».

Primus homo venit ad Europam de genere Iafeth Alanus cum tribus filiis suis, quorum nomina sunt Hessitio, Armenon, Negue. Hessitio autem habuit filios quattuor: hi sunt Francus, Romanus, Britto, Albanus. Armenon autem habuit quinque filios: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Negue autem habuit tres filios: Vandalus, Saxo, Boguarus. ab Hisitione autem ortae sunt quattuor gentes Franci, Latini, Albani et Britti. ab Armenone autem quinque: Gothi, Valagothi, Gebidi, Burgundi, Longobardi. a Neguio vero quattuor Boguarii, Vandali, Saxones et Turingi. istae autem gentes subdivisae sunt per totam Europam.

Il primo uomo della stirpe di Iafeth a giungere in Europa fu Alanus, con i suoi tre figli, i cui nomi sono Hessitio, Armenon e Negue. Hessitio ebbe a sua volta quattro figli: questi sono Francus, Romanus, Britus e Albanus. Armenon ebbe invece cinque figli: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Negue ebbe tre figli: Vandalus, Saxus, Boguarus. Dalla stirpe di Hessitio nacquero quattro popoli: Franchi, Latini, Albani e Britanni; da Armenon cinque: Goti, Valagoti, Gepidi, Burgundi, Longobardi; da Negue quattro: Bavari, Sassoni, Vandali e Turingi. Queste popolazioni si dispersero per tutta l’Europa.

Alanus autem, ut aiunt, filius fuit Fetebir, filii Ougomun, filii Thoi, filii Boib, filii Simeon, filii Mair, filii Ethach, filii Aurthach, filii Echthet, filii Oth, filii Abir, filii Ra, filii Ezra, filii Izrau, filii Baath, filii Iobaath, filii Iovan, filii Iafeth, filii Noe [...]. hanc peritiam inveni ex traditione veterum.

Dicono che Alanus fosse figlio di Fetebir, figlio di Ougomun, figlio di Thoi, figlio di Boib, figlio di Simeon, figlio di Mair, figlio di Ethach figlio di Aurtach figlio di Echthet figlio di Oth figlio di Abir figlio di Ra figlio di Ezra figlio di Izrau figlio di Baath figlio di Iobaath figlio di Iavan figlio di Iafeth figlio di Noè [...]. Questo appresi dalla tradizione degli antichi.

Nennio: Storia dei Britanni [17]
Traduzione di Emanuela Somalvico, con qualche variazione

I figli dei tre figli di Alanus sono evidentemente gli eponimi capostipiti di alcune popolazioni europee, perlopiù di stirpe teutonica, a parte i Latini e due popolazioni celtiche: i Britanni e gli Albani [Gaeli di Scozia].

 
Alanus
{ Armenon { Gothus
Valagothus
Gebidus
Burgundus
Longobardus
Goti
Valagoti o Goti d’Italia
Gepidi
Burgundi
Longobardi
  Negue { Vandalus
Saxus
Boguarus

Vandali
Sassoni
Bavari
(Turingi)
  Hessitio { Francus
Romanus
Britus
Albanus
Franchi
Romani
Britanni
Albani

Nennio non è l’unico a trasmetterci la tradizione su Alanus ed i suoi figli, la quale era ben nota anche in Irlanda. La troviamo nel Lebor Gabála Érenn, il «Libro delle invasioni d’Irlanda», la cui prima redazione fu compilata in ambiente monastico tra l’XI e il XII secolo secolo. Alanus vi compare qui nella forma Elinus/Alainius ed i suoi figli come Airmen, Negúa, Isacón. Così leggiamo nella redazione contenuta nel Libro di Leinster (XII sec.):

 

Goimerus mac Iafeth, dá mac laiss, Emoth 7 Ibath. Emoth, is úadh fine thúascirt in domain. Ibath, dúa mac leis, .i. Bodb 7 Baath. Bodb, diar bo mac Dohe. Gomer figlio di Iafeth ebbe due figli, Emoth e Ibáth. Da Emoth discese il popolo settentrionale del mondo. Ibáth ebbe due figli: Bodb e Báth. Bodb ebbe un figlio, Dothe.

Elinus mac Doi, trí meic leis .i. Armen, Negua, Isacon. Armen ón, cóic meic leis, Gotus, Cibidus, Uiligotus, Burgantus, 7 Longbardus. Negua, trí meic leis, .i. Saxsus, Boarus, Uandalus. hIsicon imorro, in tres mac Eline, ceitre meic lais, Romanus, Francus, Britus, Albus.

Alanus figlio di Dothe ebbe tre figli, Armenon, Negue, Hessitio. Armenon ebbe cinque figli: Gothus, Gebidus, Valagothus, Burgundus, Longobardus. Negue ebbe tre figli: Saxus, Boguarus, Vandalus. Hessitio, perdipiù, uno dei tre figli di Alanus, ebbe quattro figli: Romanus, Francus, Britus, Albanus.

Is é in tAlbanus dogab Albin ar tús cona chlaind, 7 is úadh ainmigter Albo: cor indarb a brátair tar Muir nIcht, conad úad Albanaig Leatha hOidia.

Questi è quell’Albanus che per primo giunse in Alba con i suoi figli, ed è da lui che ebbe nome Alba: poi guidò suo fratello attraverso la Manica e da lui discendono gli Albani del Lazio, in Italia.

Lebor Gabála Érenn R1 [I: 15-16]

La terza redazione del Lebor Gabála, compilata successivamente, attesta un’altra versione della genealogia di Alanus. Riporto la versione contenuta nel Libro di Ballymote (fine XIV sec.) con una piccola variazione nell’ordine dei paragrafi:

 

Ibath dono, an mac aili do Magóg, mac dosaidi Alainius. Tri meic aigi-sidi, .i. Airmein, Negua, Isicón. Per quanto riguarda Ibáth, uno dei due figli di Magog, suo figlio fu Alanus. Questi ebbe tre figli, Armenon, Negue, Hessitio.

Secht mbliadna decc ré scailead na mberlad tanig an ced fer do shil Iáfeth is an Eóraip, .i. Alainius mac Ibaith meic Magog meic Iafeth meic Náe. [...]. 7 is amlaid thanig a tri meic laiss, .i. Airmein, Neagua, Issicon.

Diciassette anni prima della divisione delle lingue, venne in Europa il primo uomo del seme di Iafeth: Alanus figlio di Ibáth figlio di Magog figlio di Iafeth figlio di Noè. [...]. Ed i suoi tre figli andarono con lui, cioè Armenon, Negue, Hessitio.

Coic meic ag Armón [sic], .i. Gotus, Uiligotus, Cebitus, Brugandus, Longbardus. Negúa dono, ceitre meic lais, .i. Uandalus, Saxus, Bogardus, Longbardus. Isicon imorro, an tresmac Elainius, ceitri meic lais, .i. Frangcus, Romanus, Albanus [...] 7 Britus, o raiter Indsi Bretan. Cinque figli ebbe Armenon: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Negue ebbe cinque figli: Vandalus, Saxus, Boguarus, Longobardus. Hessitio, il terzo figlio di Alanus, ebbe quattro figli: Francus, Romanus, Albanus [...] e Britus, da cui hanno preso nome le isole di Britannia..

Lebor Gabála Érenn R3 [I: 37-38]

Quest’ultima versione della discendenza di Alanus sembra derivare (con qualche piccola confusione, come ad esempio una duplicazione di Longobardus) dalla stessa fonte di un brano del Sex Ætates Mundi, una composizione pseudostorica irlandese contenuta nel Ms. Rawlinson B 502 (XII sec.).

 

Ibad dano in mac aile do Magog mac doside Elonius |^ Alanius. Tri meic aiciside .i. Armon Negua Hisicón. Coic meic ic Armón .i. Gothus. Uolegothus. Cebidus, Burgandus. Longubardus. Negua dano .iii. meic les .i. Uandalus. Saxus. Bogardus. Hisicón dano .iiii. meic aice .i. Francus. Romanus Albanus o ta Albannai i nAsia Britus ó rater Inis Bretan.

Ibáth figlio di Magog ebbe il figlio Elonius o Alanus. I suoi tre figli: Armenon, Negue, Hessitio. Cinque figli ebbe Armenon: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Tre figli ebbe Negue: Vandalus, Saxus, Bogardus. Quattro figli ebbe Hessitio: Francus, Romanus, Albanus, da cui l’Albania in Asia, Britus, da cui l’isola di Britannia.

Sex Ætates Mundi [r7-r12]

Venceslas Kruta, La grande storia dei celti. La nascita, l'affermazione e la decadenza Mentre in Nennio la discendenza di Alanus viene fatta risalire a Iavan figlio di Iafeth figlio di Noè, nei testi irlandesi viene invece fatta risalire a Gomer [LGÉ R1] o Magog [LGÉ R3, SÆM], sempre naturalmente nell’ambito della discendenza di Iafeth. Ha poco senso stabilire quale sia tra queste la corretta ascendenza, in quanto sono tutte il risultato di una «cucitura» della tradizione precristiana celtica sul tronco delle genealogie bibliche, effettuata in ambiente monastico. È ragionevole presumere che i popoli dell’Europa pagana facessero risalire le loro popolazioni ad un certo numero di mitici capostipiti, ma con l’introduzione della cultura classico-cristiana si sentì il bisogno di accordare le leggende tribali con il sistema universale elaborato sulla base dell’autorità biblica, della storiografia classica e dei testi dei padri della Chiesa.

I punti dove venne effettuata la cucitura tra le due tradizioni, nei testi irlandesi, sembra proprio contrassegnata dai nomi di Báth ed Ibáth, con Báth che è presentato – a seconda dei testi – come figlio o fratello di Ibáth. Alanus viene detto figlio di Ibáth [LGÉ R3, SÆM], oppure – con genealogia un pochino più complessa – figlio di Dothe figlio di Bodb figlio di Báth figlio di Ibáth [LGÉ R1]. Questi Báth ed Ibáth sono anche i mitici progenitori dei Gaeli, in quanto è proprio a Báth che il Lebor Gabála Érenn fa risalire la discendenza dei Figli di Míl, gli invasori gaelici d’Irlanda. I nomi di Báth ed Ibáth, duplicati nella discendenza nemediana, appaiono anche tra i progenitori dei Tuatha Dé Danann, i quali, prima di venire inclusi nel ciclo mitologico quale ultimi invasori pregaelici d’Irlanda furono presumibilmente gli antichi dèi dei Celti insulari. È dunque probabile che nelle fasi più antiche del mito irlandese questi Báth ed Ibáth fossero al centro di un qualche perduto mito teogonico o antropogonico.

 

Paolo Gulisano, L'isola del destino. Storia, miti e personaggi dell'Irlanda medievale Nella rielaborazione dei miti irlandesi nell’ambito della tradizione biblico-cristiana, Báth ed Ibáth, progenitori dei Gaeli, vennero assegnati alla discendenza di Magog o di Gomer, mentre Aithecht, mitico antenato degli invasori pregaelici d’Irlanda, venne a sua volta presentato quale figlio di Magog. L’attento lettore avrà notato che un Báth figlio di Ibáth [Baath filii Iobaath] è anche citato nella lunga discendenza di Alanus fornita da Nennio. Poiché si tratta di personaggi legati al mito irlandese, se ne deduce che Nennio avesse derivato la tradizione su Alanus proprio dall’Irlanda. D’altra parte lo stesso Nennio ammette di aver utilizzato delle fonti irlandesi, quando scrive che alcune tradizioni sul mitico popolamento ibernico vennero a lui riferite da competenti studiosi appartenenti al popolo degli Scoti [sic mihi peritissimi Scottorum nuntiaverunt][HB 15].

 

Detto questo, pare comunque improbabile che il racconto di Alanus si sia originato in Irlanda, se non altro perché la maggior parte dei popoli discesi da Alanus sono chiaramente teutonici. C’è dunque da pensare che la tradizione su Alanus sia giunta in Irlanda dal continente e che proprio in Irlanda sia stata poi «cucita» sulla discendenza di Báth/Ibáth.

 

Alwin Rees - Brinley Rees, L'eredità celtica L’impressione che le origini di Alanus vanno cercate tra i popoli di lingua germanica è corretta. La più antica citazione del personaggio si trova infatti nella cosiddetta Tavola etnologica franca, una sorta di «Catalogo delle Nazioni» teutonico che, sulla base degli etnonimi inclusi ed esclusi dal testo, è stato fatta risalire all’anno 520. In due manoscritti il padre dei tre fratelli è detto Alanus/Alaneus e viene addirittura definito il «primo re di Roma». I tre figli di Alanus si chiamano qui Erminius, Ingvo, Istio.

 

Più esattamente, alla discendenza di Erminius vengono assegnati i Goti, i Valagoti, i Vandali, i Gepidi, i Sassoni. A Ingvo sono assegnati i Burgundi, i Turingi, i Longobardi ed i Bavari [Baioarii], qui citati per la prima volta in assoluto. A Istio sono ricondotti i Romani, i Franchi, i Bretoni e gli Alemanni, i quattro popoli che si trovavano allora sotto la dominazione di Clodoveo, re dei Franchi. È evidente che, nel tramandare tale tradizioni, i redattori britannici e irlandesi dovettero travisare il senso dei nomi degli ultimi due popoli, trasformando i Bretoni in Britanni e gli Alemanni gli Albani.

 

Ma c’è un altro punto da considerare. I nomi dei tre fratelli, Erminius, Ingvo, Istio, così citati dalla Tavola etnologica, possono essere messi in relazione con le tre tribù discese dai tre figli di Mannus, nel famoso passo di Tacito in cui vengono illustrate le origini mitiche delle genti germaniche:

 

Celebrant carminibus antiquis, quod unum apud illos memoriæ et annalium genus est, Tuistonem deum terra editum. Ei filium Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tris filios assignant, e quorum nominibus proximi Oceano Ingæuones, medii Herminones, ceteri Istæuones uocentur.

In antichi poemi, unica loro forma di trasmissione storica, [i Germani] cantano il dio Tvisto nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Mannus, progenitore e fondatore della razza germanica e a Mannus attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano proprio gli Ingevoni, i più vicini all’oceano, gli Erminoni, stanziati in mezzo, e gli Istevoni, cioè tutti gli altri.

Cornelio Tacito: La Germania [2]
Traduzione di Mario Stefanoni

Ci si può chiedere se l’anonimo compilatore della Tavola etnologica franca inventò i nomi dei tre figli di Alanus sulla falsariga dei tre etnonimi citati da Tacito, o se li trasse invece da qualche perduto mito teutonico. È evidentemente quest’ultima l’opinione di Jacob Grimm, il quale riteneva Alanus un’errata grafia del Mannus tacitiano.Hilda Roderick - Ellis Davidson, Myths and Symbols in Pagan Europe: Early Scandinavian and Celtic Religions I nomi degli antenati eponimi delle tre tribù germaniche – gli Herminones, gli Ingævones e gli Istævones - possono essere rispettivamente ricostruiti in *Herminus ~ *Ingævus ~ *Istævus. Di questi tre nomina, il primo può essere ricondotto un ipotetico dio celeste dei Germani continentali, identificabile con Týr od Óðinn (cfr. la colonna Irminsul adorata dai Sassoni nella foresta di Teutoburgo), il secondo all’antico-nordico Yngvi (epiteto di Freyr), il terzo viene emendato da Jacob Grimm nella forma *Iscævus e messo in correlazione con Askr, primo uomo della mitologia nordica. Questi tre nomina avrebbero ovviamente prodotto sia gli pseudo-latini Armenon, Negue e Hessitio citati da Nennio, sia gli Airmen, Negúa e Isacón delle fonti irlandesi.Siamo forse arrivati al termine della nostra ricerca? Difficile dirlo. Di più non possiamo aggiungere. Resta soltanto la meraviglia e il piacere di aver (ri)scoperto una tradizione a lungo trascurata, quella di Alanus, il primo europeo.

 

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Libera riscrittura dello studio presente in: http://www.bifrost.it/CELTI/5.Ilciclomitologico/01-OriginidEuropa.html
Traduzione italiana del Lebor Gabála Érenn (in via di pubblicazione): http://www.bifrost.it/Antologia/Librodelleinvasioni.html

 

Bibliografia

 

COMYN David & DINEEN Patrick S. [traduzione]: CÉITINN Seathrún (KEATING Geoffrey): The History of Ireland. Londra 1902-1908.
DE VRIES Jan: Keltische Religion «Schröder. Die Religionen der Menschheit». Kohlhammer, Stoccarda 1961. – ID.: I Celti: Etnia, religiosità, visione del mondo. Jaca Book, Milano 1981.
GRIMM Jacob: Deutsche Mythologie. Göttingen, 1835.
MACALISTER R.A. Stewart [traduzione]: Lebor Gabála Érenn: The Book of the Taking of Ireland, 1. Irish Texts Society, Vol. XXXIV. Londra 1938 [1993].
MÜLLENHOFF Karl: Die fränkische Völkertafel. Berlin, 1862.
MORGANTI Adolfo [cura]: NENNIO: La storia di re Artù e dei Britanni. Il Cerchio, Rimini 2003.
REES Brinley: Origini: il popolamento mitico dell’Irlanda
BONNEFOY Yves [cura]: «Dictionnaire des Mythologies». Parigi 1981. ~ «Dizionario delle mitologie e delle religioni», 3. Milano 1989.

Gennaio 1, 2000 Pubblicato da runen | Celti, Italiano, Religione | | Ancora nessun commento.