Apocrypha e Vangelo di Didimo Toma: brevi note introduttive
Dopo la recente pubblicazione di alcuni testi di narrativa (primo tra tutti il famoso/famigerato Codice da Vinci, fin troppo spesso interpretato, forse persino al di là dalla volontà del suo autore, quasi più come saggio storico che come puro romanzo) sembra essersi riacceso in molti l’interesse per tutta quella serie di scritti relativi alla vita di Cristo che, esclusi con un lungo processo dal Canone ufficiale della Chiesa, vanno sotto la denominazione comune di “Apocrypha”.
Su questi libri è stato scritto e, spesso, inventato di tutto. Ma cosa possiamo dire realmente, storicamente, su di loro? Come sono nati? Perché? Dove? Qual’è il loro scopo? Quali e quanti sono questi testi?
Nel tentativo di rispondere a queste domande, la prima cosa da chiarire è che proliferazione di testi cristologici è naturale nei primi secoli del cristianesimo e nasce dal bisogno di consolidare e radicare attraverso la tradizione la rivelazione innovatrice del messaggio messianico.
Inoltre, dalla diversa comprensione e interpretazione teologica del messaggio cristiano, in comunità ancora fortemente autonome e non gerarchicamente strutturate, nascono, agli albori della diffusione della predicazione, sette, gruppi, scuole che hanno bisogno di fonti scritte su cui appoggiare le proprie tesi.
Tra le comunità protocristiane con orientamenti che oggi definiremmo “eterodossi”, possiamo ricordare, solo per menzionarne alcune:
· gli Ebioniti, chiamati anche gli umili o i poveri, probabilmente erano gli Esseni che confluirono nel cristianesimo originario: seguivano unicamente il Vangelo secondo Matteo, il solo (forse) scritto in lingua ebraica e rifiutavano l’apostolo Paolo (e le sue lettere), che consideravano apostata;
· i Docetisti, insegnavano che Cristo solo in apparenza era nato e morto rivestendosi di un corpo, e che l’Eucaristia non contiene realmente il corpo di Cristo;
· i Marcioniti, tra le più importanti sette del cristianesimo primitivo, respingevano l’Antico Testamento mentre del Nuovo prendevano solo il Vangelo di Luca e le lettere di S. Paolo, rinunciavano ai beni materiali e al matrimonio vivendo da asceti; sostenevano che il mondo era opera di un Dio imperfetto al di sopra del quale vi era il Dio buono che aveva inviato il suo spirito incarnatosi solo in apparenza nel Cristo;
· gli Gnostici, gli adepti di questa filosofia religiosa pretendevano di avere la conoscenza totale e privilegiata della Divinità; la salvezza non derivava, secondo loro, né dalla fede né dalle opere, ma dalla conoscenza intuitiva di Dio ottenuta per illuminazione diretta;
· i Manichei, ai quali aveva inizialmente aderito S. Agostino. Per lungo tempo questa setta fu considerata una corrente del cristianesimo, ma, in realtà, si trattava, pur con origine comune, di una diversa religione universale rivelata, basata sui principi dualistici tra il bene, identificato con la luce, con esso in eterno conflitto, il male, identificato con la materia. In questo quadro, la redenzione, per mezzo della preghiera e del digiuno, viene per opera di Gesù;
· gli Encratici, si astenevano dalla carne, dal vino e dal contrarre matrimonio e celebravano il ricordo di Gesù cenando con pane ed acqua;
· i Nicolaiti, casti, poveri e vegetariani, fondati da uno dei primi 7 diaconi degli Apostoli (1).
Appare allora evidente che, in un panorama così vasto, frastagliato e poco regolamentato, i racconti a tema cristiano fossero numerosissimi. Moltissimi di essi ci sono giunti attraverso varie fonti, le cui più importanti sono, senza dubbio, quella relative ai ritrovamenti di Nag Hammadi, località egiziana in cui, nel 1945 sono stati casualmente rinvenuti 13 papiri in copto contenenti 52 testi gnostici (2). Sostanzialmente, possiamo affermare di essere attualmente in possesso di circa un centinaio di scritti (3) più o meno completi.
Questa abbondanza di manoscritti, fatta salva la ricerca archeologica posteriore, è stata, probabilmente, in parte dovuta alla non esplicita posizione della Chiesa riguardo a questo genere di testi. Non esiste, infatti, una dichiarata condanna della Chiesa contro il complesso degli apocrifi. Sebbene l’Istituzione canonica sia molto chiara nel condannare ciò che trasmette errori ed eresie, non esistono documenti ufficiali protocristiani in tal senso: a ben vedere, il Decretum gelasiano (4), che avanza invece un’esclusione generalizzata degli apocrifi, ha carattere privato e di analogo tenore sono la risposta che Innocenzo I dà a Esuperio, vescovo di Tolosa (405) e la lettera di Turribio, vescovo di Astorga, a Idacio e Ceponio riguardo agli scritti in uso presso i priscillianisti in Spagna (445). Diversi altri scrittori ecclesiastici, poi, hanno posizioni piuttosto blande: Girolamo vede negli apocrifi stravaganze, contraddizioni e frasi di cattivo gusto, ne propone la abolizione totale non intravedendo in essi alcun vantaggio, ma aggiunge che, se qualcuno volesse leggerli, mosso dal rispetto per i prodigi narrati, deve tener conto del falso nome dell’autore e avere adeguata prudenza nel dar fiducia per ciò che è narrato (5); Agostino ha idee molto simili e sembra persino ancor più tollerante (6). Tra l’altro, esistono autori, sia occidentali che orientali, che si valsero o, quantomeno, non rifiutarono un compromesso con gli apocrifi: Clemente Alessandrino, Esichio, Epifanio, Andrea di Creta, Giovanni Damasceno e altri padri mostrano un’opposizione decisamente modesta (7).
Pertanto, nonostante alcune posizioni autorevoli che contrastavano l’uso degli apocrifi, essi continuarono ad influire in modo rilevante, sia nell’arte che nella liturgia come nelle opere di scrittori e nella pietà cristiana, con il risultato che molte notizie attuali hanno il loro fondamento proprio in questi testi: i nomi dei genitori della Vergine, Gioacchino ed Anna; la festa della Presentazione di Maria bambina al tempio (21 novembre); la grotta, il bue e l’asinello nella nascita di Gesù; i nomi dei magi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; la Veronica; il martirio di Andrea (30 novembre), il Quo vadis e tanti altri elementi della tradizione cristiana sono derivati dagli scritti di autori apocrifi.
Anche per quanto riguarda il campo artistico, dal IV secolo in poi i bizantini abbelliscono le chiese di Roma con motivi tratti da libri non canonici: ad esempio, il mosaico sull’arco trionfale di S. Maria Maggiore a Roma (Sisto III, 435) e la vetrata della cattedrale di Le Mans rappresentano le statue degli idoli crollate davanti a Gesù Bambino (come dal racconto dello Pseudo-Matteo).
Nel secolo IX, sempre grazie alla civiltà cristiana bizantina, le leggende apocrife entrarono nel mondo slavo dove sono vissute fino al XIX sec. Molte sono le versioni slave e le iconografie. A diffondere questa letteratura furono in particolare i bogomili (affini ai catari), eredi del dualismo manicheo, e il dominio turco-mongolo (che impediva la diffusione di altri libri eccetto questi).
Anche in Occidente la diffusione apocrifa fu molto vasta, soprattutto nel Medioevo. I testi veramente eretici erano quasi del tutto scomparsi e rimanevano le elaborazioni ortodosse o gli scritti a carattere apologetico (puramente religioso e anedottico): così, l’arcivescovo di Genova, Giacomo da Varazze, ricopiò quasi per intero il Vangelo di Nicodemo nella sua Legenda aurea e così fece anche Vincenzo di Beauvais nello Speculum historiale.
Di conseguenza, anche nel medioevo occidentale, molti artisti, come già in precedenza, abbellirono le chiese traendo spunto da testi a-evangelici (Beato Angelico, Giotto), mentre numerosi scrittori, ancora ben oltre il Rinascimanto, fecero riferimento a tali scritti o a loro elaborazioni (Dante nella Divina Commedia, Milton nel Paradiso Perduto, Klopstock nella Messiade).
Persino nella letteratura spirituale del XVI secolo, nonostante il Concilio di Trento, fanno riferimento ad essi scritti sulla Vergine Maria di Agreda e Caterina Emmerich, o testi come la Vida de Nuestra Señora, inserita da P. de Ribadeneyra in Flos Sanctorum, Madrid 1675 (8). Una forte e diffusa popolarità, dunque, quella dei Vangeli apocrifi. Ma, fondamentalmente, come si struttura questa grande quantità di testi?
In linea generale, la lingua usata dagli autori apocrifi è la Koinè, ma ben presto sorsero versioni in lingue antiche e medievali: siriaco, copto, armeno, arabo. Tutti questi scritti, comunque, hanno, come caratteristica fondamentale, l’imitare i generi letterari dei Libri canonici: Vangeli, Atti, Lettere, Apocalissi. Talvolta riprendono o interpolano i testi del Canone, altre volte sono assimilabili alle novelle greche, il cui intento era soprattutto eziologico (spiegare un’usanza attraverso un racconto). Gli apocrifi, inoltre, hanno spesso scopo narrativo, cioè soddisfare la curiosità dei fedeli riguardo a fatti o persone poco presenti o sviluppati negli scritti canonici, particolarmente con riferimento all’infanzia di Gesù. In questo esprimono una “teologia popolare” (9), ma anche, in alcuni casi, possono rappresentare fonti storiche e “pietre di paragone” di notevole interesse.
Tra gli apocrifi più importanti e citati, vale la pena di ricordarne, in una tabella riassuntiva, alcuni che si inquadrano perfettamente nelle categorie evangeliche sopra menzionate (10).
| Genere | Nome | Caratteristiche |
| VANGELI | Il vangelo secondo gli Ebrei (nazareni) | originale aramaico usato dai cristiani palestinesi di lingua ebraica, tradotto da Girolamo (sec. IV) in greco e latino. Risale al sec. II e secondo alcuni studiosi rappresenta un rifacimento ampliato dell’originale ebraico del vangelo secondo Matteo. |
| Il vangelo degli Egiziani | In uso presso i cristiani egiziani. Probabile origine gnostica per dare fondamento all’eresia di questa setta molto diffusa in Egitto. Sec. II. | |
| Il vangelo ebionita (o dei dodici apostoli) dell’inizio del sec. III. | Probabilmente intendeva fornire giustificazioni dottrinali alla setta degli Ebioniti. | |
| Il vangelo secondo Pietro | pervenuto a noi solo in frammenti che narrano la passione, morte e sepoltura di Gesù con qualche allusione che fa pensare all’eresia docetista. Si fa risalire alla seconda metà del sec. II. | |
| Il vangelo di Nicodemo | in cui si tenta di minimizzare la colpevolezza di Pilato in merito alla morte di Gesù e include gli Atti di Pilato cioè un presunto “rapporto ufficiale” di Pilato sul processo a Gesù. Questa parte circolava in molte versioni fin dal II sec. (Anaphora Pilati, Lettera di Pilato, Paradosis Pilati) e indusse alcune comunità cristiane a venerare Pilato come santo e martire (notevoli saranno tali influssi in tutto il Medioevo). Testo greco con numerose versioni in altre lingue antiche. | |
| Il Protovangelo di Giacomo | appartiene al gruppo dei cosiddetti “vangeli dell’infanzia” che riportano con dovizia di particolari episodi della giovinezza di Maria, la nascita e l’infanzia di Cristo. Probabilmente è della metà del sec. II e vi ritroviamo per la prima volta i nomi dei genitori di Maria (Gioachino e Anna), il racconto della consacrazione di Maria a Dio e la sua presentazione al tempio. Lo scopo è quello di dimostrare la verginità perpetua e inviolata di Maria (prima, durante e dopo il parto) – l’attuale forma è in greco e risale al sec. IV. | |
| Il vangelo copto di Tommaso | di origine eretica, probabilmente gnostica, ci è pervenuto appunto in lingua copta (un dialetto greco-egiziano) e raccoglie una serie di detti attribuiti a Gesù. | |
| Il vangelo dell’infanzia secondo Tommaso | pervenuto a noi nella versione greca racconta varie storie della miracolosa scienza e potenza di Gesù. Nella forma attuale è posteriore al sec. VI. | |
| Il vangelo arabo dell’infanzia | compilazione tardiva di vari elementi bizzarri sull’infanzia di Gesù. | |
| Storia di Giuseppe, il falegname | scritto arabo miracolistico del IV secolo. | |
| Il vangelo di Filippo | pare esistesse già nel sec. III ed è di matrice gnostica neoplatonica con forte propensione per l’ascetismo – le particelle del divino sparse nel mondo devono essere riunite e strappate all’influsso della materia. | |
| Il vangelo di Mattia | anteriore al IV sec. e di matrice gnostica (della setta di Basilide che disprezzava la materia e faceva crescere lo spirito con la fede e la gnosi). | |
| Il vangelo secondo Barnaba | citato nel sec. IV è andato perduto, mentre sotto questo titolo circola in italiano un’opera scritta da un cristiano convertito all’Islam nel sec. XIV e in cui si dimostra che Muhammad è il messia e l’Islam l’unica vera religione. | |
| Il vangelo di Bartolomeo (domande di Bartolomeo) | in originale greco. L’anonimo autore del sec. III propone una serie di rivelazioni del Signore dopo la sua risurrezione e varie altre leggende che circolavano sui fatti successivi alla passione, morte e risurrezione di Gesù. | |
| Abbiamo inoltre una serie di altri vangeli di difficile datazione e attribuibili in massima parte a sette eretiche per legittimare la loro dottrina: Vangelo di Andrea, di Giuda Iscariota, di Taddeo, di Eva, di Cerinto, di Valentino, di Apelle, secondo Basilide. In comune hanno un modo assai arbitrario di utilizzare il materiale canonico, propendono per speculazioni di tipo gnostico e si abbandonano a considerazioni cosmologiche a matrice apocalittica. Per questo sono anche definiti “vangeli-apocalissi”. | ||
| ATTI | Atti di Paolo | che includevano altri tre scritti tramandati poi autonomamente (Atti di Paolo e Tecla, Corrispondenza di Paolo coi Corinzi, Martirio di Paolo). Scritti in greco prima del 190 contengono numerosi elementi romanzeschi sulla vita e l’opera di Paolo. Suggeriscono l’idea della vita cristiana come una milizia agli ordini di Cristo re. |
| Atti di Pietro | di autore siriano. L’opera ci è pervenuta frammentaria e risale alla fine del sec. II. Possediamo la traduzione latina e una parte dell’originale greco (vi ritroviamo il famoso racconto del “Domine quo vadis?”) – completato dal più tardivo Martirio del beato Pietro Apostolo scritto da Lino nel sec. VI. L’autore sembra professare l’eresia docetista. | |
| Atti di Pietro e Paolo | sembra del sec. III. Mettono in relazione i due apostoli evidenziandone l’amicizia e gli stretti rapporti; scritti in greco. | |
| Atti di Giovanni | scritti in Asia Minore tra il 150 e il 180, sono i più antichi di quelli a noi pervenuti, anche se possediamo solo frammenti dell’originale greco. Tendenze docetiste. Abbiamo la documentazione più antica di una liturgia eucaristica per i defunti, di cui presenta una bellissima anafora (= preghiera eucaristica). | |
| Atti di Andrea | forse scritti dall’eretico Leucio Carino nel 260 e pervenuti in modo frammentario nell’originale greco e versioni latine. | |
| Atti di Tommaso | è il solo libro pervenuto completo nel testo siriaco, composto verso la prima metà del sec. III. Narrano che l’apostolo predicò in India diffondendo un vangelo a sfondo gnostico manicheo. Riportano moltissimi inni liturgici assai belli, oltre ad elementi favolistici di grande fantasia. | |
| Atti di Taddeo | scritti in Siria e tradotti in greco da Eusebio, sono anteriori al sec. IV. Riportano tra l’altro la famosa corrispondenza tra il re Abgar di Edessa e Gesù. Si tratta di una serie di leggende locali attinenti l’antichissima comunità cristiana di Siria. | |
| Esiste poi una serie di altri atti più recenti e quindi non significativi per il periodo storico di cui si stiamo occupando (Atti di Matteo, di Filippo, di Bartolomeo, di Barnaba, di Timoteo, di Marco ecc.). | ||
| LETTERE | La Lettera degli apostoli | (nota come epistula apostolorum) scritta tra il 130 e il 170 in greco ma pervenuta a noi nella versione etiopica è piuttosto un’apocalissi e propone una serie di rivelazioni di Gesù dopo la risurrezione. Esempio di letteratura religiosa non ufficiale che si rifà agli scritti canonici, con qualche tratto di carattere antignostico, soprattutto dove si parla della risurrezione della carne. |
| Lettere apocrife di Paolo | ai Laodicesi (sec. IV), III° ai Corinti (anteriore al sec. III), Corrispondenza tra Paolo e Seneca (14 lettere anteriori al sec. III). | |
| Lettera di Tito | discepolo di Paolo, detto De Dispostione Sanctimonii, omelia sulla verginità degli asceti di ambo i sessi in cui si combatte l’abuso della convivenza di costoro. Scritto probabilmente in Spagna presso i priscillianisti. Sembra che l’originale fosse in greco, mentre a noi è pervenuta in latino. | |
| APOCALISSI | Apocalisse di Pietro | composta in greco tra il 125 e il 150, per molto tempo fu considerata uno scritto canonico. Il testo integrale ci è pervenuto solo nella versione etiopica. Racconta una serie di visioni sulla bellezza del cielo e sull’orrore dell’inferno. Influssi di natura pitagorica e orfica. |
| Apocalisse di Paolo | Circolavano varie versioni di un originale scritto in greco tra il 240 e il 250, probabilmente in Egitto. Possediamo una revisione greca del 388. Riporta una serie di visioni (per questo le versioni latine spesso l’intitolano Visio Pauli) alle quali si accenna nella 2 Cor. Vi attinse a piene mani l’immaginazione medioevale e non mancano riferimenti in Dante. | |
| Apocalisse di Stefano | di cui conosciamo solo il nome perché viene condannato in quanto eretico nel sec. VI. | |
| Apocalisse di Tommaso | scritto greco del sec. IV di matrice gnostica manichea – rivelazioni sulla fine del mondo molto note e usate dalla setta dei priscillianisti. | |
| Le apocalissi di Giovanni | diverse da quella canonica, furono attribuite all’apostolo Giovanni varie altre apocalissi contenenti dottrine molto particolari sulla fine del mondo e sull’Anticristo. | |
| Le apocalissi della Vergine | di origine recente. Maria riceve rivelazioni sull’inferno e intercede per i dannati. |
Come è possibile notare, siamo di fronte ad una quantità di materiale di origine, struttura, validità storica e letteraria e argomento assolutamente disparato. Onde tentare di sviluppare una sorta di sistematizzazione, possiamo, però, raggruppare la maggior parte dei testi in tre grandi categorie:
1. Vangeli giudeo-cristiani: compaiono nella prima metà del II secolo. Spesso riportano tradizioni proprie, anche se, in ultima analisi, dipendono dalla tradizione sinottica. (Vangelo degli Ebrei, Vangelo degli Ebioniti, Vangelo dei Nazorei).
2. Vangeli gnostici: tralasciano la vita terrena di Gesù (11), per riferire rivelazioni segrete comunicate agli Apostoli nel “lungo” periodo intercorso tra la Pasqua e l’Ascensione, perfettamente in coerenza con la loro filosofia di fondo, lo gnosticismo, che ricordiamo essere “un insieme di dottrine filosofico-religiose nate ad Alessandria d’Egitto nel II secolo d.C. Che successivamente si diffusero in tutto l’Impero Romano e dal Medioriente fino alla Persia, Il termine gnosticismo (dal greco Gnosis, conoscenza) si riferisce ad un complesso di conoscenze segrete ed esoteriche del divino riservate a pochi iniziati, le cui origini non sono ancora del tutto chiarite e sembrano affondare in correnti culturali e religiose pre-cristiane, come la speculazione mistica diffusa in ambienti ebraici del I secolo d.C. o le dottrine dualistiche di derivazione mazdaistica zoroastriana persiana” (12). Quasi tutti i testi di questa corrente ci sono stati consegnati dalla scoperta di Nag-Hammadi (ad esempio i Vangeli di Maria, di Verità, di Filippo, ecc.).
3. Vangeli popolari: sviluppano una parte dei Vangeli canonici, aggiungendo tradizioni popolari e fantastiche, con particolare attenzione all’infanzia di Gesù. Lo scopo è molto spesso antigiudaico (Protovangelo di Giacomo, Vangelo dell’infanzia di Tommaso, Vangelo di Nicodemo, ecc.).
Ovviamente, il valore letterario e storico-documentale varia largamente da testo a testo ma, al di fuori delle categorie menzionate, un discorso a parte va fatto per uno scritto che si differenzia enormemente da tutti gli altri, il Vangelo di Tommaso. Si tratta di una raccolta di 114 logia (ovvero “detti di Gesù”) con rare cornici narrative (domande degli Apostoli al Cristo e poco più…), verosimilmente nata nel II secolo in Siria.
Il contenuto è sapienziale e riguarda il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo col mondo: dunque non rivela i tratti più tipici dello gnosticismo classico, o meglio, rivela una sorta di forma di pensiero pre-gnostica di difficile classificazione (13). L’interesse per il Gesù storico è praticamente nullo: la salvezza non viene dall’evento pasquale, ma dall’appropriazione della sapienza dei suoi logia (14):
Questo testo pone fortemente il problema del rapporto con l’ipotesi della “Fonte Q” (15): dei 114 logia, 79 sono in comune con i Sinottici, 46 con “Q”. Si era inizialmente pensato che il Vangelo di Tommaso contenesse detti ricavati dai vangeli canonici; invece l’ordine dei detti è completamente diverso da quello canonico e la forma è spesso molto più arcaica: quindi si pensa che il Vangelo di Tommaso e la “fonte Q” abbiano in comune solo uno stadio molto antico della tradizione dei detti di Gesù (16).
Perché, allora, questo “quinto Vangelo” non è mai stato incluso nel Canone? Cosa ostava al suo inserimento? Eppure, eminenti studiosi hanno affermato la sua autenticità, la sua antichità e la sua importanza teologica, con affermazioni quali
“…il Vangelo secondo Tommaso è rimasto senz’altro più fedele alla realtà storica rispetto alla tradizione sinottica” (17)
e
“i maggiori studiosi concordano nel dire che fra tutti gli scritti cristiani non canonici in nostro possesso il Vangelo di Tommaso contiene la registrazione più autentica degli insegnamenti di Gesù” (18)
Forse alla sua canonicità ostava il fatto che negasse la necessità di una mediazione ecclesiastica per la salvezza (19)? O forse il fatto che alcuni suoi loghia sembrano piuttosto difformi dall’insegnamento paolino (20)? Entrambe le ipotesi possono essere valide.
Resta, comunque, il fatto che questo è l’unico Vangelo apocrifo per cui, con buona pace di saggisti e, soprattutto, romanzieri vari, abbia un senso poter parlare di esclusione almeno parzialmente arbitraria dal Canone.
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NOTE
1) Per una breve trattazione sul panorama settario protocristiano cfr. F.L. Manco, Il grande enigma, Roma, Ed. propria, 2004.
2) Cfr. E. Pagels, I vangeli gnostici, Milano, Mondadori, 2005, pgg. 15-20.
3) Per una lista piuttosto completa, anche se non completamente esaustiva, si rimanda al sito internet www.comparative-religion.com.
4) Erroneamente a lungo attribuito a Papa Gelasio I, ma, in effetti, scritto da un autore della Gallia meridionale nel IV secolo.
5) Cfr. Girolamo, Apocryphorum deliramenta, Commentario a Isaia 17.
6) Cfr. Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, XV 23,4.
7) Cfr. W. Schneemelcher, New Testament Apocrypha, Cambridge, James Clarke & Co, 1991-1992, passim.
Cfr. V. Giglio, Apocrifi e la loro fortuna medioevale, Portale medioevo.
9) Cfr. F.Falconi, I Vangeli apocrifi, mysterium.blogosfere.it
10) Per la costruzione della tabella, cfr. J.B Williamson (a cura di) e R. Shaylor (a cura di), From the Mind of God to the Mind of Man: A Layman’s Guide to How We Got Our Bible, Greenville, Ambassador-Emerald Intenational, 1999, passim.
11) Che danno per scontata attraverso la lettura dei Canonici, come ricorda L. Moraldi, I Vangeli gnostici, Milano, Adelphi, 1993, pag. X.
12) Cfr. D. Sironi, prefazione a E. Pagels, citato, pgg. 6-7.
13) Cfr. J. Dart, R. Riegert, J.D. Crossan, The Gospel of Thomas: Unearthing the Lost Words of Jesus, Berkley, Sistown, 1998, passim.
14) “E disse: Chi trova l’interpretazione di queste parole non gusterà la morte” (I° logion)
15) Che molti filologi neotestamenteri ritengono essere la fonte prima perduta degli altri Vangeli.
16) Cfr. F. Falconi, citato e M.Pincherle, Il quinto Vangelo. Il Vangelo di Tommaso con testo copto a fronte, Roma, Macroedizioni, 1998, pgg. 5-11.
17) Cfr. J.Roloff, Gesù. Le fonti cristiane e la loro interpretazione, Torino, Einaudi, 2002, pag. 18.
18) Cfr. S.Davies, The Gospel of Thomas and Christian Wisdom, Seabury, Harper and Row, 1983, pag. 9.
19) Si pensi al loghion VI: “I suoi discepoli lo interrogarono e gli chiesero: “Vuoi tu che digiuniamo? In che modo dovremo pregare e fare elemosina? E quali regole dovremo seguire riguardo al cibo?” Gesù rispose: «Non dite sciocchezze, e non fate ciò che non sentite di fare; giacché tutto si svela davanti alla Verità. Infatti non vi è nulla di nascosto che non venga alla luce e nulla di celato che rimanga senza divenire manifesto»”.
20) Si pensi, ad esempio, al loghion III: “Gesù disse: «Se coloro che vi guidano vi diranno, ‘Sì, il Regno è nei cieli’, allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, ‘È nei mari’, allora i pesci saranno in vantaggio su di voi. Il Regno è invece dentro voi e fuori di voi. Quando conoscerete voi stessi, allora sarete consci, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora dimorerete nella povertà, e sarete la povertà stessa»”.
Achille e Cuchulainn, separati alla nascita
Quando George Dumézil cominciò i suoi studi sulla civiltà indoeuropea, i tanti rilievi fatti dai critici davano l’impressione che lo studioso francese si fosse avventurato in una zona incerta, al limitare della temerarietà. A poco a poco, però, una lunga schiera di specialisti dei diversi campi di questa disciplina accettò i risultati delle sue ricerche e la sua opera uscì dall’emarginazione nella quale, inizialmente, il mondo accademico sembrava volerlo confinare. Fra i numerosi meriti che Dumézil può vantare c’è anche quello di aver formato un folto gruppo di studiosi che con autorevolezza ne continuano le analisi e, molto spesso, gli indirizzi di ricerca.
Fra questi, Bernard Sergent è probabilmente il meno classificabile sotto etichette precostituite, con le sue molteplici specializzazioni che toccano la storia e l’archeologia, l’antropologia biologica e la mitologia. È senza dubbio uno degli studiosi più promettenti fra quanti ne ha annoverati la “scuola duméziliana”. Autore di una grosso saggio d’insieme sugli Indoeuropei, nel quale ha studiato tutto il materiale emerso negli ultimi cento anni con una minuziosità che farebbe arrossire un filologo di scuola antica, ha poi proseguito le sue indagini soffermandosi in alcuni ambiti specifici di questa vastissima disciplina: la genesi dell’India prima, il rapporto fra omosessualità e mondo divino poi e, infine, quello fra l’omosessualità e le iniziazioni.
Sufficientemente ferrato per affrontare con un metodo comparativista materiali di difficile comprensione, Bernard Sergent ha poi osato affrontare una materia che nessun indoeuropeista aveva mai toccato in modo sistematico, quella concernente i rapporti fra la mitologia greca e celtica. Nasce così il testo di Celti e Greci. Il libro degli Eroi, che ora le Edizioni Mediterranee di Roma propongono all’attenzione degli studiosi italiani nella prestigiosa collana “Orizzonti dello Spirito”.
Preceduto da una introduzione del professor Enrico Montanari dell’Università “La Sapienza” di Roma, il libro è diviso in tre parti che studiano particolari contesti mitologici.
Ad una prima occhiata sembrerebbe davvero difficile accostare personaggi secondari della mitologia ellenica come Cefalo al quasi totalmente sconosciuto eroe celtico Celtchar. La stessa cosa può essere detta per il rapporto stabilito da Bernard Sergent fra Bellerofonte e il più conosciuto Cuchulainn, l’eroe di una innumerevole quantità di scenari guerrieri dell’antica Irlanda. L’analisi di questi Eroi è attenta, serrata, ma la nebbia che avvolge molta parte del loro dossier mitologico non permette conclusioni certe, nonostante la continua attenzione nell’individuare gli elementi fondamentali che delimitano la “personalità” di questi protagonisti di un mondo non sempre di facilissimo approccio.
Più complessa la comparazione fra il celeberrimo eroe ellenico Achille, con l’altrettanto famoso Cuchulainn, l’eroe celtico che molto spesso è conosciuto solo per le sue colossali bevute.
Bernard Sergent procede per gradi. La sua lunga analisi comincia comparando la nascita dei due eroi e la loro educazione. Elementi essenziali del profilo delle rispettive madri e persino degli educatori sfuggono ad una realtà “umana” e si collocano, invece, all’interno di un contesto mitologico nel quale acquistano rilievo forme di iniziazione che trasformano il giovane in un possente guerriero. Tale sua qualità consente all’Eroe persino di operare ai limiti dell’ordine sociale della propria civiltà e di costituire, spesso, un elemento di perturbazione. Una serie di tratti comuni avvicina i due Eroi: la giovinezza, il fatto che ad un certo punto della loro vita assumano tratti da fanciulla, la loro bellezza quasi femminea, la sostanziale brevità della loro vita, il colore rosso che sembrano prediligere, la potenza del loro grido di guerra, la regalità che li pone al di sopra di tutti gli uomini.
Si passa poi al contesto nel quale Achille e Cuchulainn vivono, le armi che prediligono: la lancia e lo scudo; gli animali che li aiutano nelle loro imprese guerriere: i cavalli e il cane. Infine il tipo di azione guerriera che li ha resi unici: la quantità dei nemici uccisi, i massacri, le stesse forme di uccisione, le decapitazioni. Un particolare rilievo può avere la triplice classificazione degli avversari affrontati, che rimanda a rituali guerrieri nei quali aveva un ruolo fondamentale un mostro tricefalo. È ancora in tale contesto rituale che acquistano importanza i cenni alla circumambulazione del campo di battaglia, oppure l’abitudine ad un combattimento solitario, oppure quello contro le potenze ctonie sui quali insistono alcuni scenari mitologici.
Achille e Cuchulainn sono Eroi che rappresentano un mondo culturale particolare, personificano categorie mentali trasposte nel mito e spesso simbolizzano importanti forme rituali non più praticate in epoca storica. Ci troviamo di fronte ad una forma di civiltà guerriera non confinabile nei canoni del normale combattente, ma che travalica in una realtà iniziatica della quale in età storica si è persa ogni cognizione. La stessa morte dei due protagonisti mostra somiglianze stupefacenti se si tengono presenti i contesti sacrali nei quali gli Eroi operano. Achille è ucciso da Paride, un protetto del dio Apollo, mentre la morte di Cuchulainn viene prodotta dall’intervento del celtico Lug, il dio che è spesso accostato per le sue similitudini proprio all’Apollo ellenico.
L’indagine di Bernard Sergent è serrata e non lascia spazio a critiche provenienti dai classicisti, non abituati a comparare materiali così difficili ma ricchi di prospettive. Dalle sue ricerche emerge un nuovo modo di accostarsi al mondo greco. La superstizione, che faceva della civiltà ellenica una specie di miracolo irripetibile, crolla di fronte a tutta una serie di studi che mostrano come la mitologia ellenica scaturisca dallo stesso retroterra culturale e rituale che ha dato vita alla civiltà dell’India e della Scandinavia, della Celtide e di Roma.
Studi come questo possono stimolare a trovare spazi nuovi di ricerca e ad esplorarli fino in fondo.
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Tratto da Area di aprile 2006.
Altheim e il culto solare nell’antichità
Walter Otto, Leo Froebenius, Karoli Kereny, Franz Altheim. Quattro giganti della cultura mitteleuropea nascono a pochi anni di distanza l’uno dall’altro. Vivono, da differenti posizioni esistenziali, lo stesso tragico destino dell’Europa del Novecento. Tutti e quattro si contrappongono alla vulgata illuminista-materialista, lasciano una impronta indelebile nella cultura del nostro continente. Oggi le Edizioni Mediterranee ripubblicano una delle opere fondamentali di Franz Altheim, Deus Invictus, il saggio dedicato a quel culto solare sincretistico che – come una sorta di splendido tramonto dell’antichità – si affermò nella fase conclusiva del paganesimo mediterraneo.
Nell’ampia introduzione il professor Casadio ricostruisce la vita – per nulla “accademica” – di Altheim e con essa il percorso esistenziale degli altri autori della sua generazione. Nacque Altheim nei pressi di Francoforte sul Meno, nel 1898. Suo padre era il classico bohemien dell’età Guglielmina, uno “spirito artistico” e per nulla borghese che finì con l’essere abbandonato dalla moglie. Altheim visse lo spaesamento familiare nei primi anni di vita e qualche tempo dopo assistette al crollo del Reich guglielmino. Le certezze del presente si sbriciolavano così una ad una e in maniera tutt’altro che intellettuale l’autore si affacciava alla caos del XX secolo. Altheim reagì orientandosi alle ricerca delle radici profonde della sua civiltà. Lo scavo archeologico di miti e di tracce materiale fu il suo personale metodo di lotta al nichilismo. Ovviamente, si contrappose a Weimar e alla sua astratta costituzione.
Nei tumultuosi anni Venti venne a contatto con gli altri autori che sembravano presentare una “equazione personale” simile alla sua. Conobbe Walter Otto, che proprio in quegli anni formulava il suo concetto del “Sacro”, ma la frequentazione tra i due rimase fredda, limitata alla dimensione della lettura e della reciproca chiosa. Frequentò in maniera amichevole Leo Froebenius, che indagava sulla natura delle culture primitive. Accusato a torto dagli indagatori stalinisti di “filo-nazismo” in realtà Froebenius anche negli anni in cui si celebravano i fasti di stato del razzismo nordico non indulse mai al disprezzo (o alla catalogazione zoologica) delle popolazioni africane che con tanta passione studiava. Con Kerenyi il rapporto di Altheim fu tormentato: il grande storico delle religioni ungherese aveva sposato una donna ebrea che portava – paradossalmente – il cognome Lukaks, lo stesso del boia della cultura comunista che nel secondo dopoguerra lo avrebbe inquisito in Ungheria. Durante la seconda guerra mondiale la figlia di Kerenyi fu deportata dai tedeschi, e il padre si rivolse appunto ad Altheim per cercare di liberarla. Vi fu uno scambio di lettere sempre più carico di emotività. Kerenyi prima invocò l’aiuto dell’amico, poi lo ammonì ad attivarsi più energicamente, a un certo punto giunse addirittura a minacciarlo rinfacciandogli le frequentazioni con le gerarchie SS e giurandogli vendetta nel caso la figlia non fosse tornata sana e salva dai campi di concentramento tedeschi. Non era la pacatezza dello studioso che si esprimeva in quelle lettere, ma la disperazione del padre. Fatto sta che Altheim, attivando la sua rete di amicizie, riuscì a mettere in salvo la figlia dell’amico. Nel dopoguerra questo interessamento – tutt’altro che isolato – per la sorte di persone deportate nei lager gli valse il “perdono” da parte delle autorità della DDR, che nell’immediato dopoguerra lo arrestarono e ne indagarono le propensioni intellettuali, oltre che i comportamenti tenuti durante gli anni del Reich. Altheim riuscì ad evitare l’emarginazione e ottenne salva la sua cattedra nella Germania Est.
Classico esemplare di “impolitico tedesco”, il professor Altheim aveva più cari i suoi studi, che non gli schieramenti ideologici. Il “quieto vivere” perseguito con il nuovo totalitarismo comunista era simile all’accomodamento raggiunto con il partito nazional-socialista. Ovviamente, appena poté Altheim fuggì ad Ovest. Gli anni del dopoguerra furono per lui anni di straordinaria creatività. Lasciate alle spalle le tragedie della guerra, l’Herr Professor si concentrò sul suo grande amore: lo studio dell’antichità. Il fulcro del suo osservare storico era calibrato su Roma, sullo spazio di civiltà greco-romano, ma proprio per approfondire meglio le dinamiche di questo mondo Altheim fu indotto ad estendere il campo di analisi, fino ad includere gli influssi della Persia e dell’Arabia e a spiegare ciò che accadeva in Occidente con le grandi dinamiche che partivano dal ventre dell’Asia. Questa rivoluzione storiografica andava a delineare un nuovo e più ampio scenario “euro-asiatico”. I vecchi compartimenti storiografici si sbriciolavano come muri di carta. Altheim spiegava la cultura dei proto-latini (di cui aveva studiato le splendide incisioni nella Val Camonica) con la cultura degli Scandinavi. E spiegava il culto solare che si affermò a Roma con Eliogabalo e Aureliano, con il culto del dio solare Shams originario dei deserti dell’Arabia.
Nel crepuscolo del mondo antico, quando i singoli Dei del primo paganesimo diventavano più evanescenti, da Oriente verso Occidente – proprio seguendo il corso fisico del Sole… – si diffondeva un sincretismo solare. L’astro diurno appariva come sintesi di tutte le sfumature del divino: tutti le singole “personalità divine” apparvero come le differenti tonalità di colore che possono sussistere a patto che splenda la luce del Sole. Eliogabalo portò da Emesa il suo Dio, ma a sua volta il santuario siriano di Emesa aveva ricevuto dai deserti dell’Arabia l’influsso di quella peculiare forma religiosa. Particolare interessante: il dio solare Shams era venerato e riconosciuto attraverso la manifestazione di una pietra nera. Un dio supremo che splende sopra tutti gli altri, un monolite nero che sulla terra ne è manifestazione: come si vede ci sono qui i presupposti delle forme religiose islamiche. Ovviamente il culto solare non aveva carattere monoteistico: ad esso era sconosciuto quell’esclusivismo tendenzialmente intollerante, e quella forma di “gelosia” che è tipica dei monoteismi. Era piuttosto un enoteismo: ovvero un culto di “ricapitolazione”. La coscienza degli uomini della tarda antichità stentava a credere agli antichi miti, ma non rinunciava a cogliere nella luce fisica del Sole la traccia evidente di un ineffabile Logos divino, ispiratore di tutti i miti, di tutte le narrazioni religiose.
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Tratto da Il Secolo d’Italia, data incerta (settembre-ottobre 2007).
Alanus, il primo europeo
La Historia Brittonum di Nennio è nota presso gli appassionati di mitologia ed epica medievale soprattutto perché è il primo documento a nominare Artù [Arthur ... dux bellorum][HB 56]. Eppure questo importante testo latino, compilato in Britannia nel IX secolo, contiene molte altre preziose tradizioni mitologiche che finiscono invariabilmente per essere trascurate, mentre Artù accentra su di sé tutta l’attenzione degli studiosi e degli appassionati. Ma al contrario, una lettura attenta di Nennio può rivelare perle di straordinario interesse, come la tradizione su Alanus, «il primo uomo della stirpe di Iafeth a giungere in Europa».
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Primus homo venit ad Europam de genere Iafeth Alanus cum tribus filiis suis, quorum nomina sunt Hessitio, Armenon, Negue. Hessitio autem habuit filios quattuor: hi sunt Francus, Romanus, Britto, Albanus. Armenon autem habuit quinque filios: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Negue autem habuit tres filios: Vandalus, Saxo, Boguarus. ab Hisitione autem ortae sunt quattuor gentes Franci, Latini, Albani et Britti. ab Armenone autem quinque: Gothi, Valagothi, Gebidi, Burgundi, Longobardi. a Neguio vero quattuor Boguarii, Vandali, Saxones et Turingi. istae autem gentes subdivisae sunt per totam Europam. |
Il primo uomo della stirpe di Iafeth a giungere in Europa fu Alanus, con i suoi tre figli, i cui nomi sono Hessitio, Armenon e Negue. Hessitio ebbe a sua volta quattro figli: questi sono Francus, Romanus, Britus e Albanus. Armenon ebbe invece cinque figli: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Negue ebbe tre figli: Vandalus, Saxus, Boguarus. Dalla stirpe di Hessitio nacquero quattro popoli: Franchi, Latini, Albani e Britanni; da Armenon cinque: Goti, Valagoti, Gepidi, Burgundi, Longobardi; da Negue quattro: Bavari, Sassoni, Vandali e Turingi. Queste popolazioni si dispersero per tutta l’Europa. |
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Alanus autem, ut aiunt, filius fuit Fetebir, filii Ougomun, filii Thoi, filii Boib, filii Simeon, filii Mair, filii Ethach, filii Aurthach, filii Echthet, filii Oth, filii Abir, filii Ra, filii Ezra, filii Izrau, filii Baath, filii Iobaath, filii Iovan, filii Iafeth, filii Noe [...]. hanc peritiam inveni ex traditione veterum. |
Dicono che Alanus fosse figlio di Fetebir, figlio di Ougomun, figlio di Thoi, figlio di Boib, figlio di Simeon, figlio di Mair, figlio di Ethach figlio di Aurtach figlio di Echthet figlio di Oth figlio di Abir figlio di Ra figlio di Ezra figlio di Izrau figlio di Baath figlio di Iobaath figlio di Iavan figlio di Iafeth figlio di Noè [...]. Questo appresi dalla tradizione degli antichi. |
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Nennio: Storia dei Britanni [17] |
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I figli dei tre figli di Alanus sono evidentemente gli eponimi capostipiti di alcune popolazioni europee, perlopiù di stirpe teutonica, a parte i Latini e due popolazioni celtiche: i Britanni e gli Albani [Gaeli di Scozia].
| Alanus |
{ | Armenon | { | Gothus Valagothus Gebidus Burgundus Longobardus |
Goti Valagoti o Goti d’Italia Gepidi Burgundi Longobardi |
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| Negue | { | Vandalus Saxus Boguarus |
Vandali Sassoni Bavari (Turingi) |
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| Hessitio | { | Francus Romanus Britus Albanus |
Franchi Romani Britanni Albani |
Nennio non è l’unico a trasmetterci la tradizione su Alanus ed i suoi figli, la quale era ben nota anche in Irlanda. La troviamo nel Lebor Gabála Érenn, il «Libro delle invasioni d’Irlanda», la cui prima redazione fu compilata in ambiente monastico tra l’XI e il XII secolo secolo. Alanus vi compare qui nella forma Elinus/Alainius ed i suoi figli come Airmen, Negúa, Isacón. Così leggiamo nella redazione contenuta nel Libro di Leinster (XII sec.):
| Goimerus mac Iafeth, dá mac laiss, Emoth 7 Ibath. Emoth, is úadh fine thúascirt in domain. Ibath, dúa mac leis, .i. Bodb 7 Baath. Bodb, diar bo mac Dohe. | Gomer figlio di Iafeth ebbe due figli, Emoth e Ibáth. Da Emoth discese il popolo settentrionale del mondo. Ibáth ebbe due figli: Bodb e Báth. Bodb ebbe un figlio, Dothe. |
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Elinus mac Doi, trí meic leis .i. Armen, Negua, Isacon. Armen ón, cóic meic leis, Gotus, Cibidus, Uiligotus, Burgantus, 7 Longbardus. Negua, trí meic leis, .i. Saxsus, Boarus, Uandalus. hIsicon imorro, in tres mac Eline, ceitre meic lais, Romanus, Francus, Britus, Albus. |
Alanus figlio di Dothe ebbe tre figli, Armenon, Negue, Hessitio. Armenon ebbe cinque figli: Gothus, Gebidus, Valagothus, Burgundus, Longobardus. Negue ebbe tre figli: Saxus, Boguarus, Vandalus. Hessitio, perdipiù, uno dei tre figli di Alanus, ebbe quattro figli: Romanus, Francus, Britus, Albanus. |
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Is é in tAlbanus dogab Albin ar tús cona chlaind, 7 is úadh ainmigter Albo: cor indarb a brátair tar Muir nIcht, conad úad Albanaig Leatha hOidia. |
Questi è quell’Albanus che per primo giunse in Alba con i suoi figli, ed è da lui che ebbe nome Alba: poi guidò suo fratello attraverso la Manica e da lui discendono gli Albani del Lazio, in Italia. |
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Lebor Gabála Érenn R1 [I: 15-16] |
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La terza redazione del Lebor Gabála, compilata successivamente, attesta un’altra versione della genealogia di Alanus. Riporto la versione contenuta nel Libro di Ballymote (fine XIV sec.) con una piccola variazione nell’ordine dei paragrafi:
| Ibath dono, an mac aili do Magóg, mac dosaidi Alainius. Tri meic aigi-sidi, .i. Airmein, Negua, Isicón. | Per quanto riguarda Ibáth, uno dei due figli di Magog, suo figlio fu Alanus. Questi ebbe tre figli, Armenon, Negue, Hessitio. |
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Secht mbliadna decc ré scailead na mberlad tanig an ced fer do shil Iáfeth is an Eóraip, .i. Alainius mac Ibaith meic Magog meic Iafeth meic Náe. [...]. 7 is amlaid thanig a tri meic laiss, .i. Airmein, Neagua, Issicon. |
Diciassette anni prima della divisione delle lingue, venne in Europa il primo uomo del seme di Iafeth: Alanus figlio di Ibáth figlio di Magog figlio di Iafeth figlio di Noè. [...]. Ed i suoi tre figli andarono con lui, cioè Armenon, Negue, Hessitio. |
| Coic meic ag Armón [sic], .i. Gotus, Uiligotus, Cebitus, Brugandus, Longbardus. Negúa dono, ceitre meic lais, .i. Uandalus, Saxus, Bogardus, Longbardus. Isicon imorro, an tresmac Elainius, ceitri meic lais, .i. Frangcus, Romanus, Albanus [...] 7 Britus, o raiter Indsi Bretan. | Cinque figli ebbe Armenon: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Negue ebbe cinque figli: Vandalus, Saxus, Boguarus, Longobardus. Hessitio, il terzo figlio di Alanus, ebbe quattro figli: Francus, Romanus, Albanus [...] e Britus, da cui hanno preso nome le isole di Britannia.. |
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Lebor Gabála Érenn R3 [I: 37-38] |
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Quest’ultima versione della discendenza di Alanus sembra derivare (con qualche piccola confusione, come ad esempio una duplicazione di Longobardus) dalla stessa fonte di un brano del Sex Ætates Mundi, una composizione pseudostorica irlandese contenuta nel Ms. Rawlinson B 502 (XII sec.).
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Ibad dano in mac aile do Magog mac doside Elonius |^ Alanius. Tri meic aiciside .i. Armon Negua Hisicón. Coic meic ic Armón .i. Gothus. Uolegothus. Cebidus, Burgandus. Longubardus. Negua dano .iii. meic les .i. Uandalus. Saxus. Bogardus. Hisicón dano .iiii. meic aice .i. Francus. Romanus Albanus o ta Albannai i nAsia Britus ó rater Inis Bretan. |
Ibáth figlio di Magog ebbe il figlio Elonius o Alanus. I suoi tre figli: Armenon, Negue, Hessitio. Cinque figli ebbe Armenon: Gothus, Valagothus, Gebidus, Burgundus, Longobardus. Tre figli ebbe Negue: Vandalus, Saxus, Bogardus. Quattro figli ebbe Hessitio: Francus, Romanus, Albanus, da cui l’Albania in Asia, Britus, da cui l’isola di Britannia. |
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Sex Ætates Mundi [r7-r12] |
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Mentre in Nennio la discendenza di Alanus viene fatta risalire a Iavan figlio di Iafeth figlio di Noè, nei testi irlandesi viene invece fatta risalire a Gomer [LGÉ R1] o Magog [LGÉ R3, SÆM], sempre naturalmente nell’ambito della discendenza di Iafeth. Ha poco senso stabilire quale sia tra queste la corretta ascendenza, in quanto sono tutte il risultato di una «cucitura» della tradizione precristiana celtica sul tronco delle genealogie bibliche, effettuata in ambiente monastico. È ragionevole presumere che i popoli dell’Europa pagana facessero risalire le loro popolazioni ad un certo numero di mitici capostipiti, ma con l’introduzione della cultura classico-cristiana si sentì il bisogno di accordare le leggende tribali con il sistema universale elaborato sulla base dell’autorità biblica, della storiografia classica e dei testi dei padri della Chiesa.
I punti dove venne effettuata la cucitura tra le due tradizioni, nei testi irlandesi, sembra proprio contrassegnata dai nomi di Báth ed Ibáth, con Báth che è presentato – a seconda dei testi – come figlio o fratello di Ibáth. Alanus viene detto figlio di Ibáth [LGÉ R3, SÆM], oppure – con genealogia un pochino più complessa – figlio di Dothe figlio di Bodb figlio di Báth figlio di Ibáth [LGÉ R1]. Questi Báth ed Ibáth sono anche i mitici progenitori dei Gaeli, in quanto è proprio a Báth che il Lebor Gabála Érenn fa risalire la discendenza dei Figli di Míl, gli invasori gaelici d’Irlanda. I nomi di Báth ed Ibáth, duplicati nella discendenza nemediana, appaiono anche tra i progenitori dei Tuatha Dé Danann, i quali, prima di venire inclusi nel ciclo mitologico quale ultimi invasori pregaelici d’Irlanda furono presumibilmente gli antichi dèi dei Celti insulari. È dunque probabile che nelle fasi più antiche del mito irlandese questi Báth ed Ibáth fossero al centro di un qualche perduto mito teogonico o antropogonico.
Nella rielaborazione dei miti irlandesi nell’ambito della tradizione biblico-cristiana, Báth ed Ibáth, progenitori dei Gaeli, vennero assegnati alla discendenza di Magog o di Gomer, mentre Aithecht, mitico antenato degli invasori pregaelici d’Irlanda, venne a sua volta presentato quale figlio di Magog. L’attento lettore avrà notato che un Báth figlio di Ibáth [Baath filii Iobaath] è anche citato nella lunga discendenza di Alanus fornita da Nennio. Poiché si tratta di personaggi legati al mito irlandese, se ne deduce che Nennio avesse derivato la tradizione su Alanus proprio dall’Irlanda. D’altra parte lo stesso Nennio ammette di aver utilizzato delle fonti irlandesi, quando scrive che alcune tradizioni sul mitico popolamento ibernico vennero a lui riferite da competenti studiosi appartenenti al popolo degli Scoti [sic mihi peritissimi Scottorum nuntiaverunt][HB 15].
Detto questo, pare comunque improbabile che il racconto di Alanus si sia originato in Irlanda, se non altro perché la maggior parte dei popoli discesi da Alanus sono chiaramente teutonici. C’è dunque da pensare che la tradizione su Alanus sia giunta in Irlanda dal continente e che proprio in Irlanda sia stata poi «cucita» sulla discendenza di Báth/Ibáth.
L’impressione che le origini di Alanus vanno cercate tra i popoli di lingua germanica è corretta. La più antica citazione del personaggio si trova infatti nella cosiddetta Tavola etnologica franca, una sorta di «Catalogo delle Nazioni» teutonico che, sulla base degli etnonimi inclusi ed esclusi dal testo, è stato fatta risalire all’anno 520. In due manoscritti il padre dei tre fratelli è detto Alanus/Alaneus e viene addirittura definito il «primo re di Roma». I tre figli di Alanus si chiamano qui Erminius, Ingvo, Istio.
Più esattamente, alla discendenza di Erminius vengono assegnati i Goti, i Valagoti, i Vandali, i Gepidi, i Sassoni. A Ingvo sono assegnati i Burgundi, i Turingi, i Longobardi ed i Bavari [Baioarii], qui citati per la prima volta in assoluto. A Istio sono ricondotti i Romani, i Franchi, i Bretoni e gli Alemanni, i quattro popoli che si trovavano allora sotto la dominazione di Clodoveo, re dei Franchi. È evidente che, nel tramandare tale tradizioni, i redattori britannici e irlandesi dovettero travisare il senso dei nomi degli ultimi due popoli, trasformando i Bretoni in Britanni e gli Alemanni gli Albani.
Ma c’è un altro punto da considerare. I nomi dei tre fratelli, Erminius, Ingvo, Istio, così citati dalla Tavola etnologica, possono essere messi in relazione con le tre tribù discese dai tre figli di Mannus, nel famoso passo di Tacito in cui vengono illustrate le origini mitiche delle genti germaniche:
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Celebrant carminibus antiquis, quod unum apud illos memoriæ et annalium genus est, Tuistonem deum terra editum. Ei filium Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tris filios assignant, e quorum nominibus proximi Oceano Ingæuones, medii Herminones, ceteri Istæuones uocentur. |
In antichi poemi, unica loro forma di trasmissione storica, [i Germani] cantano il dio Tvisto nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Mannus, progenitore e fondatore della razza germanica e a Mannus attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano proprio gli Ingevoni, i più vicini all’oceano, gli Erminoni, stanziati in mezzo, e gli Istevoni, cioè tutti gli altri. |
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Cornelio Tacito: La Germania [2] |
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Ci si può chiedere se l’anonimo compilatore della Tavola etnologica franca inventò i nomi dei tre figli di Alanus sulla falsariga dei tre etnonimi citati da Tacito, o se li trasse invece da qualche perduto mito teutonico. È evidentemente quest’ultima l’opinione di Jacob Grimm, il quale riteneva Alanus un’errata grafia del Mannus tacitiano.
I nomi degli antenati eponimi delle tre tribù germaniche – gli Herminones, gli Ingævones e gli Istævones - possono essere rispettivamente ricostruiti in *Herminus ~ *Ingævus ~ *Istævus. Di questi tre nomina, il primo può essere ricondotto un ipotetico dio celeste dei Germani continentali, identificabile con Týr od Óðinn (cfr. la colonna Irminsul adorata dai Sassoni nella foresta di Teutoburgo), il secondo all’antico-nordico Yngvi (epiteto di Freyr), il terzo viene emendato da Jacob Grimm nella forma *Iscævus e messo in correlazione con Askr, primo uomo della mitologia nordica. Questi tre nomina avrebbero ovviamente prodotto sia gli pseudo-latini Armenon, Negue e Hessitio citati da Nennio, sia gli Airmen, Negúa e Isacón delle fonti irlandesi.Siamo forse arrivati al termine della nostra ricerca? Difficile dirlo. Di più non possiamo aggiungere. Resta soltanto la meraviglia e il piacere di aver (ri)scoperto una tradizione a lungo trascurata, quella di Alanus, il primo europeo.
* * *
Libera riscrittura dello studio presente in: http://www.bifrost.it/CELTI/5.Ilciclomitologico/01-OriginidEuropa.html
Traduzione italiana del Lebor Gabála Érenn (in via di pubblicazione): http://www.bifrost.it/Antologia/Librodelleinvasioni.html
Bibliografia
COMYN David & DINEEN Patrick S. [traduzione]: CÉITINN Seathrún (KEATING Geoffrey): The History of Ireland. Londra 1902-1908.
DE VRIES Jan: Keltische Religion «Schröder. Die Religionen der Menschheit». Kohlhammer, Stoccarda 1961. – ID.: I Celti: Etnia, religiosità, visione del mondo. Jaca Book, Milano 1981.
GRIMM Jacob: Deutsche Mythologie. Göttingen, 1835.
MACALISTER R.A. Stewart [traduzione]: Lebor Gabála Érenn: The Book of the Taking of Ireland, 1. Irish Texts Society, Vol. XXXIV. Londra 1938 [1993].
MÜLLENHOFF Karl: Die fränkische Völkertafel. Berlin, 1862.
MORGANTI Adolfo [cura]: NENNIO: La storia di re Artù e dei Britanni. Il Cerchio, Rimini 2003.
REES Brinley: Origini: il popolamento mitico dell’Irlanda
BONNEFOY Yves [cura]: «Dictionnaire des Mythologies». Parigi 1981. ~ «Dizionario delle mitologie e delle religioni», 3. Milano 1989.
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