Apolitìa come rivolta contro il mondo moderno
Friedrich Nietzsche, il tardo Ernst Jünger, Julius Evola: essi rifiutarono qualunque compromissione con ogni sistema politico. Non furono fascisti, nazionalisti, nazionalsocialisti, o socialisti di alcun altro tipo; e certamente non furono democratici o liberali. La ragione non era solo la loro reazione al risultato finale della liberaldemocrazia — l’”ultimo uomo” che non conosce meta fuori di sé — ma soprattutto poiché essi videro attraverso le illusioni di tutti questi sistemi. Fu un problema anche l’esaminare gli errori e i confronti degli Anni ‘30, ed evitarli. Quando ripubblichiamo gli scritti di Evola di quel periodo, è esattamente con la stessa intenzione, e senza alcuna intenzione di destare sentimenti di nostalgia. Ma è infruttuoso perdersi in dispute interminabili nel giudicare individui di quel tempo. Il distacco interiore non è valido solo nelle condizioni dei tempi presenti, ma anche riguardo al passato. Coloro che cercano una connessione con la Tradizione eterna non se ne interessano con nostalgia, né condannando il passato. La vecchia Destra e la Nuova Destra, quanto l’intera Sinistra, possono prendersene cura. Noi viviamo di ciò che è valido eternamente, giusto eternamente, e oltre la Destra.
Con Georges Gondinet, vediamo la Destra posseduta da due demoni: l’uno il Riformismo, l’altro l’Estremismo. Il riformismo è una malattia spirituale, il cui sintomo è la dimenticanza di ciò che è essenziale. Il riformista può forse curare l’influenza, ma solo al prezzo del più pericoloso cancro. L’Estremista, come ultima risorsa, può piazzare bombe, ma senza toccare il cuore del sistema. Attacca l’esteriore, proprio come fa il Riformista. Sono entrambi superficiali, non radicali. L’analisi radicale, l’intervento sistematico, e l’offerta di alternative sociali sono i compiti più duri del vero uomo della Destra, il rappresentante della Tradizione. Il suo dovere principale è sopravvivere al collasso autoprocuratosi dal sistema (Georges Gondinet, Brève démonologie pour une action traditionnelle au service du plan divin, «Totalité» 23 / 1985).
Non si tratta di un problema di forma di governo: non siamo antidemocratici. La repubblica romana era tradizionale, e così fu la polis greca; ma parimenti lo fu anche la monarchia di diritto divino. Il governo delle oligarchie aristocratiche separato da Spirito e Popolo non è tradizionale, né democratico, benché tenti di celarsi dietro tale maschera.
Il ritiro dalla sfera politica è essenzialmente un ritiro interiore, che definisce una frontiera interiore tra il sistema moderno e noi stessi. Ciò porta a una partecipazione distaccata nel gioco delle forze politiche. L’opposizione viene in genere favorita. Tutti i rifugî esteriori hanno un lungo tempo prima di venire distrutti. Tracce isolate possono rimanere negli antichi centri iniziatici, ma è illusorio diffondere una restaurazione universale su tale base. No: solo il “Tibet interno” può essere un rifugio per noi nel mondo al quale noi non apparteniamo; un mondo che non è null’altro che un’orgia di stupidità, violenza e volgarità, un mondo moderno la cui decadenza dobbiamo ritorcere contro sé stessa, se sarà possibile rimanere interiormente illesi nel farlo. Favoriamo la sua purificazione rivolgendo il suo lato sudicio verso l’interno. Deploriamo l’attitudine ascetica e pia, quando questa dissimula una slealtà interiore. Affermiamo l’apparenza esteriore di abitare il mondo decadente — come musicista rock, mezzano o persino politico — se questo protegge un distacco interiore e difende dall’astio del mondo. Non è il nostro modo di odiare il mondo materialistico decadente. Ora finalmente volgiamo il suo odio, che è, in fondo, l’astio diabolico del ribelle contro la Tradizione e l’Ordine divino, contro sé stesso.
Una vita al di fuori della modernità è impossibile oggigiorno, qui nel cuore della bestia, il mondo della “civilizzazione occidentale”. Fare un tentativo in qualunque luogo può solo significare l’attirarne gli assalti su sé, e la fetida marea moderna inonderebbe come l’esercito comunista in Tibet.
In considerazione di tutto ciò, resta il problema di favorire la realizzazione interiore di quelle energie tradizionali che sono ancora attive, e il primato assoluto dello Spirito sulla Materia.
* * *
Da Algiza 13, p. 8.
L’agenda del nuovo papa
Una definizione sintetica del libro potrebbe suonare più o meno così: teologi compiacenti ed esperti lacchè uniti nel confezionare un volume sulle attese “riforme” di una futuribile Chiesa. Appelli al “nuovo ecumenismo” giungono dai cinque continenti: tra le idee di base un posto privileguato spetta alla cosidetta “ecclesiologia di comunione” (pp.77 ss.), un’ecclesiologia che supera le ormai labili barriere tra le Chiese e si concretizza in un livellamento verso il basso dei valori condivisi dalla comunità cattolica.
Secondo i nostri eruditi autori la koinonia auspicata dal messaggio evangelico implica un arretramento, un “depotenziamento” ideologico e rituale della Chiesa romana nei confronti delle altre confessioni cristiane. Gli esempi sono tanti, dall’inculturazione dell’Africa con i suoi problemi di autorità e pianificazione delle competenze religiose, alla teologia della liberazione espressione politica di un malessere sociale, ai difficili rapporti con il protestantesimo, sino alla anelata istituzione del sacerdozio femminile. A quest’ultimo argomento, unito alla problematica della cosiddetta “teologia femminista”, è dedicata una buona parte del libro.
Un capitolo inoltre è occupato dalla fanta-lettera episcopale di Miriam IV il primo papa-donna (pp.115 ss.). Di per sè l’ossessione femmistista, retaggio di una mentalità comunista post-sessantottina, si è rivelata un falso storico ed idelogico: per decenni la “teologia hippie” ha riempito le pagine dei giornali di tendenza auspicando l’ascesa della donna ai centri del potere politico, economico e religioso. Dietro a questo si celava anche l’ingenua convinzione moderna che colei che recava la vita, poteva contribuire a costruire una società futuribile priva di guerre e conflitti sociali. Mai cosa si rivelò più menzognera: la donna – sicuramente per spirito emulativo – si è rivelata ben più spietata ed avida di potere del maschio. Oggidì gran parte del mondo impreditoriale, supporto della feroce globalizzazione, è guidato da donne-manager che si rivelano nelle scelte di mercato ben più prive di scrupoli dell’equivalente maschile. Gran parte dell’ideologia femminista contemporanea si è quindi svelata, come l’arcaico marxismo, una immane impostura.
Il rinnovamento ecclesiastico auspicato dagli autori del nostro libro sembra orientato verso il nulla: il risultato sarebbe qualcosa che di “cattolicesimo” porterebbe solo il nome: perché dunque continuare a chiamarlo così? Se l’unica costante nella religione è il dogma etico e la metafisica dovrebbe “adattarsi ai tempi” – assurdità esplicitamente affermata da uno degli autori del volume – perché allora continuare a professarsi cattolici o anche solo cristiani?
Fanno da corollario a questo vero e proprio compendio di stupidità, gli usuali strali contro l’area cattolico-conservatrice: così si evocano i fantasmi dello Ior finanziatore di Anastasio Somoza, il dittatore nicaraguense destinatario forse di un rivolo di quei 1800 miliardi di ammanco del Vaticano (pp.255 ss.). Curioso come i profeti del rinnovamento “politico” del cattolicesimo inorridiscano poi di fronte ad atteggiamenti tutto sommato indirizzati a garantire un perpetuarsi del potere temporale della Chiesa. Niente di spirituale dunque: gli intrighi di Marcinkus non differiscono quindi di molto dai maneggi orditi da uno dei tanti manager o imprenditori “rampanti” che ha conosciuto il nostro Paese (vd. tra i tanti l’”affare” SME, la società a partecipazione statale proprietaria di industrie alimentari). Gli eventi dello Ior erano stati poi ricostruiti anni orsono in un gustoso e “maledetto” romanzo di R. Peyrefitte (“La sottana rossa”) mai tradotto in Italia. Marcinkus, con nome modificato, appariva per quello che era, un grande arruffone al servizio della Chiesa.
Sulla stessa frequenza sono le invettive contro l’Opus dei la cui opera è ritenuta dagli autori del nostro libro una “evangelizzazione mediante il potere”, asserzione priva di senso il cui fine politico è però molto chiaro. Come chiari sono i riferimenti, usuali e logori, alla Shoah ed al veto posto dal mondo ebraico alla evangelizzazione di Pio XII: un grande atto per questi “riformatori” e portatori di spiritualità!
* * *
Americanisti di tutto il mondo, unitevi!
A volte mi è venuto da pensare che il povero Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, deve rivoltarsi nella tomba, se in qualche modo è venuto a sapere che quello che fu il glorioso quotidiano del Partito Comunista Italiano, “L’Unità”, è attualmente diretto da Furio Colombo, che negli Stati Uniti i suoi compatrioti d’elezione chiamano “Mister FIAT”…
In realtà, non c’è niente di scandaloso in questa squallida fine del giornale fondato da Antonio Gramsci. Habent sua fata libelli. E anche le gazzette.
In una nota a pié di pagina dell’edizione del 1950 di Americanismo e fordismo (redatta probabilmente dal curatore Felice Platone) si ricorda che il senatore Giovanni Agnelli aveva fatto delle “avances” nei confronti del gruppo di Gramsci e Togliatti, in nome di una pretesa “concordanza di interessi tra gli operai della grande industria e i capitalisti dell’industria stessa”. Nel testo, lo stesso Gramsci parla in maniera sintetica e poco chiara di un “finanziamento di Agnelli” e di “tentativi di Agnelli di assorbire il gruppo dell’’Ordine Nuovo’” (1).
Non c’è nulla di cui stupirsi: è sempre Antonio Gramsci a rivendicare al gruppo comunista dell’”Ordine Nuovo” (da lui fondato nel 1919 con Togliatti e altri) il merito di aver sostenuto una “forma di ‘americanismo’ accetta alle masse operaie”. Per Gramsci esiste infatti un “nemico principale”, ed è, citiamo testualmente, “la tradizione”, la “civiltà europea (…), la vecchia ed anacronistica struttura sociale demografica europea” (2). Bisogna dunque ringraziare, dice, il “vecchio ceto plutocratico”, perché ha cercato di introdurre “una forma modernissima di produzione e di modo di lavorare quale è offerta dal tipo americano più perfezionato, l’industria di Enrico Ford” (3).
E il ceto plutocratico, nella persona del senatore Agnelli, individuò prontamente i propri compagni di strada…
Non è stato comunque Gramsci né il primo né l’unico, tra i marxisti, a vedere nell’America il paesaggio ideale per l’edificazione di una società alternativa a quella europea, che purtroppo è “gravata da questa cappa di piombo” delle “tradizioni storiche e culturali” (4). È infatti lo stesso Gramsci a menzionare esplicitamente l’interesse di “Leone Davidovic” (cioè Lev Davidovic Braunstein, alias Trotzkij) per l’americanismo (5), le sue inchieste sull’American way of life e sulla letteratura nordamericana.
Questo interesse del pensiero marxista per l’americanismo è dovuto, spiega Gramsci, all’importanza e al significato del fenomeno americano, che è, tra l’altro, “il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo” (6). Le realizzazioni dell’americanismo hanno fatto nascere una sorta di complesso d’inferiorità nei marxisti, i quali proclamano per bocca di Gramsci che “l’antiamericanismo è comico, prima di essere stupido” (7).
Di qui alla difesa gramsciana del Rotary Club, “superamento organico della Massoneria (…) tipo di organizzazione essenzialmente moderna” (8), il passo è breve. Molti che vent’anni fa erano comunisti, oggi sono rotariani: si leggano le pp. 63-69 di questo aureo libretto e ci si renderà conto che l’ammirazione marxista per il Rotary Club è di vecchissima data.
Dopo Gramsci, viene Togliatti. Nei discorsi che negli anni della seconda guerra mondiale il Migliore indirizzava da Radio Mosca agli ascoltatori italiani, è frequente una esaltazione degli Stati Uniti che a volte assume veri e propri accenti di misticismo. Ecco una breve ma significativa antologia.
8 agosto 1941. “E in realtà noi dobbiamo essere grati all’America non soltanto di aver dato lavoro per tanti decenni a tanti nostri fratelli, ma per il fatto che a questi uomini, che uscivano dalle tenebre di rapporti sociali quasi medioevali, ha fatto vedere e comprendere che cosa è un regime democratico moderno, che cosa è la libertà. (…) Mussolini e il fascismo (…) vorrebbero far credere al popolo italiano ch’esso ha nel popolo americano un nemico (…). Gli italiani che conoscono l’America dicano ai loro concittadini la verità. Dicano loro che il popolo degli Stati Uniti è amico dell’Italia, ma è nemico acerrimo di ogni tirannide (…) E gli italiani che amano il loro paese, che non sono e non vogliono essere servi di nessun dispotismo, hanno un nuovo motivo di riconoscenza verso il popolo degli Stati Uniti, dal quale viene oggi al popolo italiano non solo un nuovo incitamento a rompere le proprie catene, ma un così potente aiuto concreto” (9).
2 gennaio 1942. “Ma da quella parte ci giunge per l’etere un’altra voce. È la voce del grande popolo americano. Nel suo accento maschio par di sentire il rombo di mille fabbriche che giorno e notte lavorano, senza posa, a forgiare cannoni, tank, aeroplani, munizioni. Un mese fa l’America fabbricava in un mese tanti aeroplani quanti la Germania e i suoi vassalli messi assieme. Tra poco ne fabbricherà due volte tanto. Trenta milioni di operai americani hanno giurato di non allentare il loro sforzo produttivo sino a che non saranno schiacciati i regimi fascisti di terrore, di violenza, di guerra. Buone prospettive, dunque, per l’anno nuovo” (10).
Veniamo da lontano e andiamo lontano, diceva il Migliore. Il punto d’arrivo è stato Walter Veltroni.
* * *
Tratto dal quotidiano Rinascita del 16 settembre 2003.
Note:
(1) Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, Universale Economica, Milano 1950, p. 18. Le pagine di Gramsci raccolte in questa edizione corrispondono al Quaderno 22 (V) 1934 dei Quaderni del carcere.
(2) Op. cit., pp. 20-21.
(3) Op. cit., p. 20.
(4) Op. cit., p. 25.
(5) Op. cit., p. 42.
(6) Op. cit., ibidem.
(7) Op. cit., p. 62.
(8) Op. cit., p. 65.
(9) Mario Correnti (Palmiro Togliatti), Discorsi agli italiani, Società Editrice L’Unità, Roma 1943, pp. 40-42.
(10) Op. cit., p. 93.
L’americano, ‘bantù’ del futuro
1. Introduzione: caratteristiche ‘bantù’ dell’americano
L’americano è il mezzo d’espressione più diffuso in questi tempi. Generalmente conosciuto come ‘inglese’ (in quanto la sua zona storica d’origine è stata l’isola inglese), è però più corretto chiamarlo, appunto, americano (alla francese) perché il suo centro di potenza, che ha permesso la sua pandemica diffusione nel mondo moderno, sta in America, la quale ha assorbito in modo totale e irreversibile anche la sua ex ‘madre patria’ (1). In questa sua pandemica diffusione ha da vedersi un interessante e sinistro ’segno dei tempi’. Più sopra, in questo stesso capitolo, si è detto qualcosa su certe affinità fra l’americano e le lingue dei selvaggi. Adesso si tratta di considerare più da vicino questo fenomeno linguistico.
Che l’americano abbia un carattere stranamente involuto è una cosa che avrà notato chiunque abbia con esso una discreta dimestichezza: non si tratta soltanto e semplicemente di una lingua appiattita, come possono esserlo la maggior parte delle lingue germaniche, con l’eccezione del tedesco, e in particolare le lingue scandinave e l’afrikaans. Ed è stato un acuto linguista francese, Claude Hagège (2), un elemento tutt’altro che ‘politicamente scorretto’, a dire senza mezzi termini che, strutturalmente, l’americano non ha ormai quasi niente di indoeuropeo e che invece è una lingua centroafricana (o sud-est-asiatica); aggiungendo che la bellezza e la chiarezza non sono preliminari necessari perché una lingua – un ‘idioma’, nel caso dell’americano – possa divenire un mezzo di comunicazione internazionale (e qui si sta forse parafrasando Gustave Le Bon [3], secondo il quale l’imbecillità di una dottrina non è mai stato un impedimento perché venisse accettata da vaste masse umane). Il carattere ‘bantù’ dell’americano risulta, paradossalmente, anche da un’osservazione della già citata Alice Werner (4), secondo la quale la mancanza di genere grammaticale in una lingua ‘altamente evoluta’ come l’americano la avvicina alle lingue ‘primitive’, anch’esse carenti di genere grammaticale ma che, secondo lei, “avrebbero la tendenza ad acquistarlo”. Quanto al carattere psicologico negroide dell’uomo americano, delle righe calzanti in riguardo sono state scritte da Julius Evola (5).
A parte il lato fonetico – le lingue bantù, come l’americano, sono foneticamente indefinite, soprattutto per quel che riguarda la pronuncia delle vocali che non si sa mai bene cosa siano – ci sono delle indicazioni che sembrerebbero suggerire che le psicologie soggiacente il bantù e l’americano potrebbero avere qualcosa di simile. La mappatura del bantù sull’americano è molto meno disagevole che sulle lingue europee – in riguardo un libretto di Charles Doke (6) è parecchio significativo. E significativa è anche la casistica relativa al fanakalò, quella lingua franca che si era sviluppata negli ambienti minerari sudafricani e che aveva incominciato a tracimare nella vita associativa bantù al punto che non pochi negri lo usavano anche fuori dall’ambiente di lavoro – adesso, sta cadendo in disuso perché bollata di essere un ‘retaggio coloniale’ (7). Da un’analisi del fanakalò risulta che – contrariamente a quello che tanti, che pure lo usavano, pensavano che esso fosse – non si trattava di una forma di americano bantuizzato (una sorta di black english [inglese negro], sul tipo di quello che ormai, in Amarica, sta diventando la parlata generale anche dei ‘bianchi’), ma di uno zulù americanizzato (un english zulu [zulù inglese]) – e, americanizzandosi, addirittura lo zulù venne a perdere buona parte delle sue, già molto modeste, forme sintattiche e grammaticale: esso si appiattì.
Cose del genere dovrebbero dare da pensare. C’è chi ha detto che l’islam (adesso pandemico nel Sud del Mondo) è l’ultima delle religioni possibili, nel senso che è difficile concepire come si potrebbe cadere più in basso nel campo del ‘religioso‘. L’americano, adesso, è parlato pandemicamente, soprattutto ma non solo, nel Sud del Mondo, ed esso viene a essere, forse, l’ultima delle lingue possibili, in quanto difficilmente si può cadere più in basso nel campo del linguistico. C’è da credere che da uno studio dettagliato e in profondità della lingua americana si potrebbero dedurre le caratteristiche principali parlate dalle popolazioni selvagge di un futuro più o meno lontano: esso è un bantù in formazione.
2. L’americano è un ‘papiamento’: il meticciato linguistico
Il papiamento è quell’intruglio di spagnolo, olandese, americano e portoghese che è parlato, e divenuto lingua ufficiale, nelle ex-Antille Olandesi. Un papiamento viene a essere un idioma che è il risultato di meticciato linguistico (che niente ha a che fare con l’adattamento di una certa lingua – generalmente, anche se non necessariamente, di conquistatori – a una popolazione a essa psicologicamente allogena: di questo si è parlato più sopra in questo stesso capitolo). E nello stesso modo che il meticciato biologico ha conseguenze teratologiche nel soma e nella psiche, il meticciato linguistico ha conseguenze esiziali nel modo di espressione – il che, alla lunga, c’è da credere che avrà un effetto di rimbalzo anche sulla qualità umana di chi l’idioma meticcio utilizza – ammesso pure che l’adozione di un papiamento come proprio idioma non stia a indicare qualcosa di psicologicamente ‘fuori di posto’ fra coloro che lo adottano (8).
Dei papiamenti, storicamente, si sono spesso sviluppati nei luoghi di contatto fra popolazioni molto diverse: questo è documentato sia in Europa che fuori dall’Europa. Ma la tendenza è stata quasi invariabilmente a che queste parlate degenerate scomparissero una volta che le condizioni che le avevano originate cessarono di sussistere oppure semplicemente con il passare del tempo – ne diamo qualche esempio.
Per molto tempo, in Spagna, nella zona di frontiera cristiano-musulmana, ci si intendeva con un misto spagnolo-arabo, la cosiddetta algarabía (9), che scomparve in brevissimo tempo dopo l’espulsione definitiva dei musulmani. Nei porti del Mediterraneo, ancora nel Settecento, le svariate ciurme si intendevano fra di loro e con le prostitute usando la lingua franca, fatta di spagnolo, francese, italiano, greco, turco e arabo; e a Buenos Aires, per oltre mezzo secolo, imperò il cocoliche, papiamento italo-spagnolo. – Nei primi tempi di Roma, nella zona di frontiera con gli etruschi a Faleria, per qualche tempo prese forma un papiamento latino-etrusco. – Tutti questi mezzi di comunicazione scomparvero non appena cessarono di essere funzionali a determinate situazioni.
In Africa, Martin Gusinde (10) indicava come fino agli inizi del secolo XX, nei pantani dell’Okawango, si fossero sviluppati papiamenti bantù-boscimaneschi, poi scomparsi con l’assorbimento definitivo dei boscimani da parte dei bantù. Invece lo suahili, papiamento arabo-bantù con una modesta aggiunta di portoghese, si è stabilizzato ed è diventato perfino lingua ufficiale in certi ‘paesi’ dell’Africa orientale.
L’americano è l’unico papiamento (“per metà francese male pronunciato e per metà Niederdeutsch pronunciato peggio ancora” [11]) che si sia stabilizzato in Europa (12). Anche dal punto di vista dell’evoluzione storica, l’americano è completamente diverso da tutte le lingue europee.
3. L’americanizzazione linguistica del Sud del Mondo
Il carattere essenzialmente non-europeo dell’idioma americano e la sua origine storica come papiamento – cose sicuramente non disgiunte l’una dall’altra – hanno dato origine, dopo l’avventura coloniale dei secoli XV – XIX, a interessanti sviluppi linguistici nel Sud del Mondo: l’americano si è rivelato (a) il trampolino linguistico ideale per lo sviluppo di altri papiamenti – papiamenti di secondo grado – che ormai si sono stabilizzati nelle parti meno civili del mondo abitato, (b) in ragione di essere un idioma che strutturalmente ed essenzialmente è ‘terzomondiale’, esso è un modo di espressione adatto alle psicologie larvali delle popolazioni selvagge che lo hanno adottato e che continuano ad adottarlo nel più naturale dei modi. (Sia fatto qui un appunto sulla presunta ‘adeguatezza’ dell’americano per trattare argomenti tecnici. Secondo Hans F. K. Günther [13], ideali all’uopo – per argomenti, appunto, tecnici, non psicologici e neppure matematici – sarebbero le lingue semitiche).
In svariati luoghi del Sud del Mondo i papiamenti a base di americano si sono sviluppati e sono in via di soppiantare o hanno già soppiantato le parlate locali; e questo non può essere attribuito soltanto alla notevole estensione geografica dell’ex-impero coloniale inglese: l’americano e i suoi papiamenti hanno presto soppiantato il tedesco, l’italiano, il francese, l’olandese, il danese e in tanti luoghi anche lo spagnolo e il portoghese. In America la lingua – lo si è già menzionato – tende ad africanizzarsi sempre di più con l’insorgere del black english; mentre papiamenti a base di americano sono lo spanglish di Puerto Rico (ex-colonia spagnola), il guyanese creolese della Guyana, il fanakalò sudafricano (americano-zulù, con assenza quasi totale dell’afrikaans). In Nuova Guinea (in parte ex-colonia tedesca), il pidgin (papiamento americano-papuaso con una modesta aggiunta di cinese) è addirittura assurto a lingua ufficiale. – In quasi tutto i Sud del Mondo si sono solidamente radicate le cosiddette “non-native varieties of english [varianti non-aborigene dell'inglese]” che, pure essendo divenute lingua materna solo dele classi privilegiate/’colte’, sono anche, a seconda dei luoghi, lingue ufficiali, seconde lingue comuni oppure mezzi di comunicazione con tutti gli stranieri fra le classi infime: nell’Indostan (là, le classi veramente colte, razzialmente distinte da quelle servili, parlano ancora le lingue indiane di origine sanscrita), in Pakistan, Malesia, Tailandia, Filippine, Ghana, Nigeria, Uganda, Tanzania, Zimbabwe, ecc. (14).
Una crescente americanizzazione linguistica del Sud del Mondo sta certamente prendendo piede; ed è da attribuirsi al fatto che l’americano – magari sotto forma ‘rettificata’, come ‘papiamento di secondo grado’ – è l’espressione idiomatica appropriata per quel tipo di popolazioni.
4. Confronto con le lingue boscimanesche
L’americano regge confronto non solo con il bantù, ma anche con le lingue boscimanesche. Questo studio fu intrapreso dallo scrivente già durante il suo primo soggiorno nell’Africa meridionale (15), quando ebbe occasione di acquistare una certa dimestichezza sia con l’americano che con il boscimanesco (16).
Le lingue boscimanesche hanno in comune con tutte quelle degli altri selvaggi l’indefinizione fonetica, soprattutto nella pronuncia delle vocali che sono intercambiabili, e l’indeterminatezza sintattica e grammaticale (almeno da un punto di vista indoeuropeo) – questi tratti, che le accomunano con l’americano, sono stati menzionati più sopra. Lo spesso citato Isaac Schapera (17) faceva notare come la costruzione delle proposizioni in lingue boscimanesche spesso coincidesse esattamente con quella delle proposizioni dello stesso significato in lingua americana – cosa che lui, americanofono, trovava strana e interessante.
Specificamente, le lingue boscimanesche hanno la caratteristica lessicale degli schiocchi, posti quasi invariabilmente all’inizio della parola; mentre nella ‘declinazione’ dei sostantivi, oltre al nominativo, le uniche forme che esistono e che in certo e qual modo possono essere interpretate secondo un paradigma europeo sono il vocativo e un ‘nominativo enfatico’. L’una e l’altra di queste caratteristiche indicherebbero che nelle lingue boscimanesche c’è una banalizzazione degli enfatici, per cui ogni altra parola viene a essere detta come se l’oggetto a cui si riferisce fosse causa di sorpresa o di ammirazione (lo schiocco viene a essere un”interiezione fonetica’). Questo ha un riscontro nell’americano: chiunque lo conosca avrà notato che molto spesso il tono con cui vengono dette le cose indica un’enfasi del tutto fuori luogo. – La banalizzazione degli enfatici è quella forma linguistica degenerativa per cui essi entrano a fare parte normale del linguaggio corrente e perdono la loro forza, per cui quando si voglia enfatizzare qualcosa per davvero bisogna mettere mano a circonlocuzioni. L’americano ci da un esempio perfetto di questo fenomeno nell’uso della particella do nelle negazioni, che in questo caso non c’entra con il verbo do [fare = germanico tun]: l’identità delle parole viene a essere una coincidenza fonetica. Il do della negazione è piuttosto, con il massimo di probabilità, una corruzione del germanico doch, particella enfatizzante usata molto poco in tedesco e solo quando ne valga veramente la pena. Se anche nell’americano, quando si tratta di affermazioni, essa ha mantenuto il suo uso corretto (I do want [voglio per davvero]), nelle negazioni il suo uso si è banalizzato, e mentre I do not want dovrebbe volere dire ‘non lo voglio assolutamente’, questa frase non viene a essere se non una normale negazione.
* * *
(1) L’isola inglese, da almeno il 1940, fa parte dell’America.
(2) Claude Hagège, Le souffle de la langue, Odile Jacob, Paris, 1992.
(3) Gustave Le Bon, nel suo classico La psychologie des foules, tr. it. Longanesi, Milano, 1992 (originale 1895).
(4) Alice Werner, Introductory sketch of the bantu languages, Kegan Paul, London (Inghilterra), 1919.
(5) Julius Evola, L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano, 1971.
(6) Charles A. Doke, Outline of grammar of bantu, Department of African Languages, Rhodes University, Grahamstown (Sud Africa), 1982 (originale 1943).
(7) Sul fanakalò c’è poca letteratura, ma una buona messa a punto è data da D. W. Sparks, Translation programs for construction and mining, testo di una conferenza data al simposio “Computing in the new South Africa”, Midrand (Sud Africa), 1992.
(8) Cfr. Alain de Benoist e Giorgio Locchi, Il male americano, LEDE, Roma, 1978.
(9) In spagnolo moderno la parola algarabía esiste ancora e sta a indicare un caos di urlamenti sconclusionati.
(10) Martin Gusinde, Von gelben und schwarzen Buschmännern, Akademische Druck, Graz, 1966.
(11) La frase è del compianto storico e politologo francese Henry Coston, che onorò lo scrivente della sua amicizia nei primi anni Ottanta.
(12) Se l’isola inglese faccia veramente parte dell’Europa, è certo discutibile. Topograficamente essa ne fa, in quanto è un’isola posta al largo, e non lontano, delle sue coste.
(13) Hans F. K. Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes, Lehmann, München, 1931.
(14) Cfr. Claude Hagège, Le souffle de la langue, Odile Jacob, Paris, 1992; ottimo anche l’articolo di Aldo Braccio Aspetti culturali della colonizzazione angloamericana, rivista “L’uomo libero” (Milano), N. 54, ottobre 2002.
(15) Primi anni Settanta e poi fine anni Ottanta e primi anni Novanta.
(16) Sulle lingue boscimanesche, cfr. le riferenze bibliografiche date nella nota (39) qui sopra. Le grammatiche e i dizionari americano-italiani si sprecano, le grammatiche e i dizionari boscimanesco-italiani mancano del tutto. Un breve glossario tedesco-boscimanesco è dato in appendice da Carl Meinhof, Versuch eines grammatischen Skizze einer Buschmannsprache, Zeitschrift für Eingeborenen-Sprachen, Band XIX, 1928-1929 und XX, 1929-1930.
(17) Isaac Schapera, The khoisan peoples of southern Africa, Routledge and Kegan Paul, London (Inghilterra), 1930.
Il presente scritto costituisce il paragrafo 3, capitolo 1 della prima parte del libro di S. Lorenzoni Involuzione. Il selvaggio come decaduto, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.
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